Janez Janša: Solle­vati e sopravvissuti

Janez Janša

SOLLEVATI E SOPRAVVISSUTI

(UN’ANALISI DEI PUNTI DI SVOLTA DELL’INDIPENDENZA E DELLA GUERRA PER LA SLOVENIA 1991)

30 ANNI DELL’INDIPENDENZA DELLA SLOVENIA

2021
Lubiana


Autore: Janez Janša
Casa edit­rice: Nova obzorja d.o.o.
Diret­tore: Jože Biščak
A cura di: Monika Maljevič

Montaggio tecnico e design: Ilija Plavevski
Editore: Metod Berlec
Foto di coper­tina: STA/Bor Slana
Foto­grafia: Joco Žnidaršič, Tone Stojko, Nace Bizilj/Conservato dal Museo di Storia Contem­poranea della Slovenia; F.A. BOBO/Srdjan Živul­ovic, MAIS,  Peter Lemut, Matic Štojs Lomo­všek, Libro Guerra per la Slovenia, Libro Bianco dell’In­di­pen­denza Slovena, Urban Cerjak, Delo, Archivio di Demokracija
Tira­tura: 1.000 copie
Lubiana 2021

Nessuna parte di questa pubbli­ca­zione può essere ripro­dotta o copiata in qual­siasi forma o con qual­siasi mezzo senza previa auto­riz­za­zione dell’­au­tore e dell’editore.
CIP – Regis­tra­zione del cata­logo della pubbli­ca­zione Biblio­teca Nazio­nale e Univer­si­taria, Lubiana
94(497.4) „1990/1991“
JANŠA, Janez, 1958-
Solle­vati e soprav­vis­suti: (un’a­na­lisi degli eventi storici dell’in­di­pen­denza e della guerra per la Slovenia 1991) : 30 anni dell’indipendenza slovena / Janez Janša ; [STA/Bor Slana … et al.]. – Ljub­l­jana : Nova obzorja, 2021
ISBN 978–961-6942–69‑0


PREFAZIONE

Era merco­ledì, il 26 giugno 1991 quando la Slovenia dichiarò la sua indi­pen­denza (la Dichiara­zione sull’in­di­pen­denza della Slovenia e la Carta costi­tu­zio­nale fonda­men­tale sull’in­di­pen­denza e la sovra­nità della Repub­blica di Slovenia furono adot­tate il giorno prima), diven­tando così effet­tiva­mente uno stato indi­pen­dente e sovrano. Quella stessa notte, l’Eser­cito Popolare Jugo­s­lavo (l’EPJ) lanciò un’ag­gres­sione armata contro il giovane paese, che terminò uffi­cialm­ente con la sua scon­fitta in dieci giorni. Questi giorni sono quelli che spiccano di più dal periodo dell’in­di­pen­denza della Slovenia, che può essere esteso dal 1987, quando fu pubbli­cato il famoso numero 57 della rivista Nova revija, inti­to­lato „Contri­buti al programma nazio­nale sloveno“, fino al 1992, quando la Slovenia era stata rico­no­sciuta dalla maggior parte dei paesi.

La nazione slovena è stata messa a dura prova molte volte nella storia, ma è soprav­vis­suta per secoli. L’amore per la patria, la nazione, la cultura, la tradi­zione, la fede e la famiglia l’hanno tenuta in vita in un ambi­ente talvolta molto ostile. Siamo persino soprav­vis­suti al comu­nismo, il peggiore e il più malvagio tota­li­ta­rismo di tutti i tempi. Perché abbiamo avuto fede. Perché abbiamo impa­rato dai nostri ante­nati cosa signi­fica essere Sloveni. Perché abbiamo il patriot­tismo nei nostri geni. Perché abbiamo sempre avuto la sensa­zione di essere speciali: labo­riosi, operosi e paci­fici. Nessuna minaccia ci ha mai scosso. Quando venne il momento, quando ci fu il peri­colo serio di essere gettati nel calde­rone balca­nico e cancel­lati per sempre dalla memoria europea, noi, timo­rati da Dio, ci cingemmo con le nostre spade e ci ribel­lammo al nemico jugo­s­lavo. E vincemmo quella batta­glia. È così che, tren­t’anni fa, abbiamo ottenuto il nostro paese in questa meravigliosa parte del mondo, dove i nostri nonni e le nostre nonne molto tempo fa misero le loro radici.

Questo libretto è pubbli­cato con uno scopo preciso. In una sola pubbli­ca­zione riunisce i tre testi essen­ziali per poter capire l’in­di­pen­denza e la guerra per la Slovenia. Sono stati scritti da Janez Janša, attore chiave di quel periodo – l’al­lora mini­stro della difesa e l’at­tuale primo mini­stro. Il primo testo è un’a­na­lisi degli eventi cruciali dell’in­di­pen­denza, pubbli­cato per la prima volta nel Libro Bianco. In esso, l’au­tore descrive in detta­glio il periodo tra il 1990 e il 1991, quando la Slovenia nelle sue aspi­ra­zioni indi­pen­den­tiste era isolata a livello inter­na­zio­nale, e gli avve­nimenti nella sfera poli­tica interna, quando l’op­po­si­zione di sinistra di allora ostaco­lava Demos ad ogni passo e faceva a patti con il governo federale della Jugo­s­lavia dell’al­lora. Tutti coloro che si oppo­sero più o meno aper­ta­mente allo stato indi­pen­dente presero poi il potere e condi­vi­sero i meriti per il stato indi­pen­dente, mentre i princi­pali attori indi­pen­disti con false accuse e in processi montati furono perse­guiti e mandati in prigione .

Il secondo testo è un’a­na­lisi della guerra per la Slovenia, pubbli­cato per la prima volta come prefa­zione al libro La guerra per la Slovenia. In esso, l’au­tore analizza il conflitto mili­tare che, grazie all’u­nità della nazione, si è concluso con la scon­fitta dell’­ag­gres­sore EPJ. „L’unità della nazione, il coraggio delle sue forze armate, la forte volontà poli­tica della coali­zione di governo Demos, guidata dal dottor Jože Pučnik e l’au­to­i­ni­zia­ti­vità di una molti­tu­dine di coman­danti indi­vi­duali delle unità tattiche della Difesa Terri­to­riale e della Polizia hanno portato vittoria nella guerra per la Slovenia. Una vittoria che è stata elevata nella sua fina­lità all’Ol­impo sloveno, una vittoria più importante di tutte le batta­glie che i nostri ante­nati, purtroppo spesso per il contro altrui, hanno combat­tuto nei vortici della storia ingrata dei secoli passati“, scrive Janša.

Il terzo testo è la prefa­zione alla terza edizione del libro “Premiki” (I Movi­menti), venduto in quasi 100 mila copie. Nel testo intro­dut­tivo Janez Janša condi­vide i suoi ricordi ed analizza gli eventi dal momento del suo arresto (1988) fino al rico­no­sci­mento inter­na­zio­nale del nuovo stato. La parti­co­la­rità dell’in­tro­du­zione e della terza edizione è che l’au­tore discute e rivela dei docu­menti, alcuni dei quali non erano ancora noti al tempo della prima edizione del libro (1992), ma che sono molto import­anti per la compren­sione dell’in­di­pen­denza slovena. Essendo un ines­ti­ma­bile testo testi­mo­niale di un’epoca, il testo di Janša è stato conser­vato nella forma inte­grale in cui è stato pubbli­cato. Ai testi sono aggi­unte foto­grafie e grafici, nonché il mess­aggio del primo mini­stro agli Sloveni in occa­sione della festa nazio­nale del 2020.

Dobbiamo far sapere ai nostri posteri come abbiamo costruito la nostra sovra­nità, come abbiamo provato amore per la nostra patria e quanto siamo stati grati per questo momento storico. Ma loro hanno anche bisogno di sapere chi si è opposto. Non per cond­annare o perse­gui­tare qual­cuno, sempli­ce­mente perché questi sono i fatti. L’odierna roman­ti­ciz­za­zione della storia, che la Slovenia la sovra­nità l’ha raggi­unta facilm­ente, è una distor­sione dei fatti e serve a giusti­fi­care coloro che hanno sabo­tato tutto ciò che il governo Demos ha fatto nei momenti cruciali. È vero che la nazione era unita, ma la poli­tica di tran­si­zione sinistra di allora stava facendo di tutto perché la Slovenia non avesse un proprio eser­cito, perché la Slovenia non otten­esse affatto la sua indi­pen­denza, ma rima­nesse nel calde­rone dei Balcani.

Così oggi, 30 anni dopo i giorni in cui ci siamo opposti all’­ag­gres­sore e abbiamo procla­mato il nostro stato, con preoc­cup­a­zione osser­viamo che anche i più giovani non sono più convinti che la Slovenia sia una buona cosa, che l’amore per la propria patria sia un requi­sito essen­ziale per la conser­va­zione della nazione; pensano che sentire l’or­go­glio di appar­tenere alla Slovenia sia arretrato. Se i media e la cultura pop in quegli anni hanno almeno appa­ren­te­mente rafforzato l’idea nazio­nale, oggi il patriot­tismo non è più nel loro stile; piut­tosto, sembra che seguano la tendenza moderna di semi­nare odio verso l’iden­tità slovena e gli eventi dell’indipendenza.

I testi di Janez Janša che appaiono nel libretto Solle­vati e soprav­vis­suti, sono scritti in modo leggi­bile e istrut­tivo. Sono basati su fatti e docu­menti, perciò dovreb­bero defi­ni­tiv­a­mente essere inclusi nel processo educativo.

Jože Biščak


Al plebi­s­cito del 23 dicembre 1990, il popolo sloveno ha chiara­mente e deci­samente votato a favore di uno stato indi­pen­dente e sovrano, la Repub­blica di Slovenia. Tuttavia, nei mesi succes­sivi ha dovuto affron­tare una forte contra­rietà e ostacoli da una parte dell’é­lite poli­tica interna post-comu­nista; così come i contes­ta­zioni e le minacce dalla feder­a­zione e dagli uffi­ciali dall’estero.


QUASI TUTTI CONTRO DI NOI

Nel 1990 e 1991, nelle sue aspi­ra­zioni e nei suoi sforzi per l’in­di­pen­denza la Slovenia era preva­len­te­mente isolata a livello inter­na­zio­nale . Questo fatto negli ultimi due decenni è stato in qualche modo dimen­ti­cato, o almeno oscu­rato. L’ana­lisi delle cause dimostrerà le ragioni per cui questo è accaduto.

Gli archivi dei media nazio­nali ed esteri sono pieni di regis­tra­zioni di dichiara­zioni di rappre­sen­tanti statali e diplo­ma­tici dei paesi confi­nanti e non, che hanno espresso senza peli sulla lingua la loro avver­sione o la loro vera oppo­si­zione all’in­di­pen­denza slovena.

Il massimo che abbiamo potuto sentire a nostro favore è stata una frase che ammet­teva che la Slovenia può natu­ralm­ente, diven­tare indi­pen­dente, ma solo accord­an­dosi con le altre repubbliche e con la Feder­a­zione. Ovvia­mente, tutti coloro che dice­vano questo sape­vano molto bene che il consenso delle auto­rità federali, dell’EPJ e della maggior parte delle altre repubbliche non sarebbe arrivato.

Questa parte delle oppo­si­zioni, nono­stante i tenta­tivi di dimen­ti­carle e offus­carle, è più o meno cono­sciuta e accu­ra­ta­mente docu­men­tata, ma purtroppo non suffi­ci­en­te­mente analiz­zata e trat­tata nelle opere dei storici o dal punto di vista dello studio delle rela­zioni internazionali.

Il lancio di valu­t­azioni nega­tive all’estero

Meno nota, invece, è la fonte fonda­men­tale delle rela­zioni e dei ragio­na­menti dei rappre­sen­tanti diplo­ma­tici e dei servizi segreti dei paesi stra­nieri. Oltre allo scet­ti­cismo dei loro governi e, in gran parte, allo scet­ti­cismo perso­nale dei diplo­ma­tici stra­nieri che hanno seguito gli eventi del processo d’in­di­pen­denza da Slovenia e da paesi vicini, alle valu­t­azioni nega­tive hanno note­volm­ente contri­buito anche i loro inter­lo­cu­tori sloveni. I rapporti dei servizi segreti e diplo­ma­tici e le trascri­zioni delle conver­sa­zioni tele­fo­niche tra i servizi interni ed esteri, pubbli­cati in questo volume, fanno luce proprio su questo aspetto. La prima osser­va­zione scioccante nel leggerli è la consta­ta­zione che nulla è stato effet­tiva­mente nascosto agli stra­nieri, nemmeno i segreti di stato più alti. Persino le infor­ma­zioni sul contenuto della proposta segre­tis­sima di legge costi­tu­zio­nale sull’in­di­pen­denza, sono state lette al telefon- a un diplo­ma­tico italiano da un membro della presi­denza della Repub­blica di Slovenia, Ciril Zlobec. La stessa sorte ha subito la data dell’in­di­pen­denza effet­tiva, accu­ra­ta­mente custo­dita, nota solo a poche persone nel paese. I membri dell’­op­po­si­zione dell’­epoca, specialm­ente la LDS e l’odierna SD, spie­ga­vano ampia­mente il loro scet­ti­cismo o addi­rit­tura la contes­ta­zione all’in­di­pen­denza ai diplo­ma­tici e agli agenti segreti stra­nieri. Alcuni, come il depu­tato LDS Franco Juri, ha poi pubbli­ca­mente mani­fes­tato la sua contra­rietà boicott­ando l’an­nuncio della decisione sull’in­di­pen­denza, mentre altri, soprat­tutto persone del partito succes­sore del PCS, dice­vano una cosa al pubblico sloveno e un’altra a fonti stra­niere. Entrambi, tuttavia, avevano simili atteg­gia­menti nega­tivi verso tutte le misure dell’in­di­pen­denza slovena, soprat­tutto quelle rela­tive alla difesa, che furono profon­da­mente ridico­liz­zate. Alcuni esempi di questo approccio si possono trovare nel Libro bianco sull’in­di­pen­denza slovena – oppug­na­zioni, ostacoli, tradi­mento, pubbli­cato nel 2013 dall’As­so­cia­zione per i valori dell’in­di­pen­denza slovena.

L’in­for­ma­zione come grande vantaggio

Dal giura­mento del governo Demos nel maggio 1990 fino al rico­no­sci­mento inter­na­zio­nale defi­ni­tivo e all’am­mis­sione all’ONU, le compe­tenti isti­tu­zioni slovene hanno cercato di tenere traccia dei punti di vista dei paesi vicini, delle isti­tu­zioni inter­na­zio­nali e degli attori mondiali più influ­enti nei confronti della Slovenia e sulla sua lotta per l’in­di­pen­denza. I scarsi inizi della nostra diplo­mazia hanno reso il lavoro estre­ma­mente diffi­cile e i risul­tati più import­anti sono stati appor­tati dai nostri compa­trioti dall’altra parte dei nostri confini e nel mondo. Con alcune onore­voli ecce­zioni, gli Sloveni che presta­vano i loro servizi nella diplo­mazia jugo­s­lava, non erano a favore dell’in­di­pen­denza, e da loro abbiamo ottenuto ancora meno infor­ma­zioni utili che dagli Sloveni in alte posi­zioni nell’e­ser­cito popolare jugoslavo.

Le infor­ma­zioni sui punti di vista dei fattori esterni ci sono quindi giunte princi­palm­ente come:

- posi­zioni pubbli­ca­mente annun­ciate da governi e orga­niz­za­zioni internazionali,

- infor­ma­zioni dai compa­trioti all’altra parte delle nostre confini e da tutto il mondo,

- contatti dei rappre­sen­tanti dello stato sloveno con l’es­tero, specialm­ente con il perso­nale diplo­ma­tico di altri paesi,

- rapporti dei servizi segreti domestici,

- i rapporti dei servizi stra­nieri ai quali la Slovenia ha avuto accesso attra­verso il lavoro dei propri servizi o attra­verso lo scambio di infor­ma­zioni (princi­palm­ente con la Repub­blica di Croazia).


La maggior parte degli uffi­ciali statali stra­nieri, fino all’ul­timo, ha sostenuto la conser­va­zione dell’u­nità della Jugo­s­lavia (nella foto: il presi­dente del consiglio esecu­tivo federale della RFSJ Ante Marković, il mini­stro degli esteri jugo­s­lavo Budimir Lončar e il segre­tario di Stato ameri­cano James Baker a Belgrado il 21 giugno 1991).

Nel settore della difesa, il servizio segreto ha iniziato ad formarsi sola­mente al momento della forma­zione della strut­tura di manovra della Difesa Nazio­nale e per la maggior parte di questo periodo contava meno di dieci profes­sio­nalm­ente impie­gati membri. Nono­stante la scar­sità del perso­nale, questo servizio, attra­verso la coope­ra­zione dei singoli patrioti sloveni con posi­zioni preva­len­te­mente infe­riori nell’EPJ, ha raccolto infor­ma­zioni stra­te­gi­ca­mente import­anti che hanno permesso una piani­fi­ca­zione reale della resis­tenza all’­ag­gres­sione e l’es­e­cu­zione tatti­ca­mente saggia del ritiro dell’EPJ dalla Slovenia. Attra­verso queste fonti, abbiamo anche ottenuto accesso alle infor­ma­zioni che i rappre­sen­tanti diplo­ma­tici stra­nieri hanno condi­viso con i vertici dell’EPJ. Nella fase finale dell’in­di­pen­denza, specialm­ente dagli eventi a Pekre del maggio 1991 fino al ritiro dell’EPJ dalla Slovenia nell’ot­tobre dello stesso anno, il lavoro del servizio segreto mili­tare fu rafforzato. Con l’oc­cup­a­zione di alcune strut­ture di comu­ni­ca­zione dell’EPJ e la confis­ca­zione delle attrez­za­ture all’i­nizio dell’­ag­gres­sione, il Servizio di Intel­li­genza e Sicu­rezza del Minis­tero della Difesa (OVS) ha anche comin­ciato a inter­cet­tare le comu­ni­ca­zioni criptate dell’EPJ fino a Belgrado.

Il Servizio di Sicu­rezza e d’In­for­ma­zione (VIS) del Minis­tero dell’In­terno, dopo la sua rior­ga­niz­za­zione alla fine del 1990, attra­verso le proprie fonti è pene­trato anche in alcune fonti di sicu­rezza stra­niere import­anti, e moni­to­r­ando le comu­ni­ca­zioni dei servizi segreti e dei rappre­sen­tanti stra­nieri, è stato in grado di otte­nere almeno una parziale visione diretta dei retros­cena dell’am­bi­ente esterno. Da questa fonte abbiamo ottenuto import­anti infor­ma­zioni di quanto l’ag­gres­sore, che aveva un eccel­lente accesso a fonti di paesi terzi attra­verso la diplo­mazia jugo­s­lava e i servizi segreti all’es­tero, era a cono­s­cenza dei nostri piani e delle reali capa­cità della difesa slovena. Purtroppo, sola­mente una parte di questo servizio, che contava diverse centi­naia di impie­gati, era inti­ma­mente e profes­sio­nalm­ente favor­e­vole all’in­di­pen­denza. L’altra parte, più ampia, è rimasta passiva o addi­rit­tura contraria. Ed invece di occup­arsi del peri­colo immediato, si occup­a­vano di tutto il resto. Così, al 25 giugno del 1991, quando fu annun­ciata la dichiara­zione di guerra alla Slovenia, il governo dal VIS (Il Servizio della sicu­rezza ed infor­ma­zione) rice­vette una valu­t­azione sulla situa­zione dell’e­ser­cito – ma quello rumeno. Un’im­pie­gato del VIS che sorve­gliava la caserma  a Vrhnika si era pres­u­mi­bilm­ente addor­men­tato e non si era accorto che una colonna di carri armati aveva attra­ver­sato i cancelli della caserma avvi­an­dosi verso Lubiana.  Il motivo per cui il forte rumore della colonna di carri armati non si è sentito, era proba­bilm­ente noto solo al VIS.


Persino le infor­ma­zioni sul contenuto della stret­tamente confi­den­ziale proposta di legge costi­tu­zio­nale sull’in­di­pen­denza sono state liber­a­mente lette al tele­fono a un diplo­ma­tico italiano da Ciril Zlobec, membro della presi­denza della Repub­blica di Slovenia.

Attra­verso la pubbli­ca­zione di vari docu­menti di entrambi i servizi domestici in perio­dici che in varie edizioni di libri, il pubblico sloveno finora ha potuto appren­dere molti dettagli dal dietro le quinte delle decisioni sui singoli aspetti dell’­ag­gres­sione contro la Slovenia e l’att­eg­gia­mento dei rappre­sen­tanti di altri paesi verso di esso.

È inso­lito, però, che le prece­denti pubbli­ca­zioni degli stessi docu­menti o di docu­menti simili, come il Libro bianco sull’indipendenza della Slovenia – oppug­na­zioni, ostacoli, tradi­menti, non abbia susci­tato un’in­ter­esse parti­co­lare da parte degli storici o di altri esperti, tanto più che oggi in Slovenia ci sono almeno cinque volte più esperti che al tempo dell’indipendenza.

La mancanza di inter­esse per alcuni fatti e la distor­sione di altri

Tuttavia, anche se l’op­po­si­zione e l’ostru­zione dell’in­di­pen­denza slovena dall’es­terno e dall’in­terno negli ultimi due decenni ha rice­vuto poco inter­esse e ancor meno trat­ta­mento acca­de­mico, molta più energia è stata inves­tita nel persis­tente sminuire del signi­fi­cato dell’in­di­pen­denza. Molti eventi e dichiara­zioni sono stati sopp­ressi o distorti. Ed altri parti­cola­rmente eviden­ziati. La distor­sione della verità faceva parte della vita quoti­diana di post-indi­pen­denza. Il precetto fonda­men­tale era: tutto ciò che ha formato il sistema di valori della maggior­anza del popolo sloveno durante il periodo dell’in­di­pen­denza e della demo­cra­tiz­za­zione, durante la prima­vera slovena, è stato rela­ti­viz­zato e alla fine nomi­nato con il signi­fi­ca­tivo opposto. Dal plebi­s­cito del dicembre 1990, l’in­di­pen­denza è stata costan­te­mente presen­tata come la causa gene­rale di ogni sorta di problemi. A passare gli anni, gli slogan diventa­vano ogni anno più diretti e più eloquenti fino a quando, nel 2012, alle cosid­dette rivolte popolari, abbiamo potuto vedere gli stri­scioni  con gli slogan: „Ci hanno rubato per 20 anni“, o „In 20 anni hanno rubato le nostre imprese e il nostro paese“, o „Basta con un’é­lite poli­tica corrotta ventenne“. Come se aves­simo vissuto in para­diso prima dell’in­di­pen­denza e come se in Slovenia non ci fosse stato un regime tota­li­tario in cui il paese è stato comple­ta­mente rubato al popolo; certa­mente molto più di oggi, indi­pen­den­te­mente da tutti i problemi attuali.

Si cerca di dipin­gere, dalla famosa lettera scritta da Kučan nella prima­vera del 1991 in poi, la resis­tenza al disarmo della Difesa Terri­to­riale e la difesa dello stato sloveno come traf­fico d’armi, e la crea­zione degli attri­buti statali della Slovenia come l’af­fare “Izbri­sani” (I Cancel­lati). Per questi due decenni la mani­po­la­zione è stata così intensa che le giovani gene­ra­zioni, cresciute in questo periodo, hanno potuto dieci volte più facilm­ente appren­dere il problema dei cosid­detti cancel­lati da tutti i possi­bili media pubblici, al contrario all’ap­p­ren­di­mento di tutte le misure che hanno reso possi­bile la crea­zione dello stato sloveno. Dieci anni dopo la sua crea­zione, le prime bandiere con la stella rossa appar­vero alle cele­bra­zioni della Gior­nata Nazio­nale. All’i­nizio, timi­da­mente, sapendo che rappre­sen­tano il simbolo di un eser­cito aggres­sore che era stato scon­fitto nella guerra per la Slovenia. Poi sempre più aggres­siva­mente, come se l’EPJ avesse vinto la guerra, e gli accenti più forti degli oratori sono stati messi sulla frase ormai obbli­ga­toria, che senza il cosid­detto Movi­mento di Libe­ra­zione Nazio­nale (NOB) non ci sarebbe stata una Slovenia indi­pen­dente. Come se fosse nata nel 1945 e non nel 1991. Così, l’im­port­anza dell’in­di­pen­denza fu cancel­lata, o almeno dimi­nuita quando i tenta­tivi di cancel­larla non ebbero successo. Quando i governi della sinistra di tran­si­zione erano al potere, i programmi delle cele­bra­zioni statali in occa­sione delle due maggiori feste nazio­nali slovene, il Giorno Nazio­nale e il Giorno dell’In­di­pen­denza e dell’U­nità, erano nel migliore dei casi eventi vuoti, non colle­gati allo scopo delle feste nazio­nali, e nel peggiore, pieni di aperta presa in giro della Slovenia e dei valori che ci univano in una comune impresa di indi­pen­denza riuscita.

D’altra parte, quasi nessuna setti­mana dell’anno è passata senza pompose e costose cele­bra­zioni orga­niz­zate dall‘ Asso­cia­zione delle Asso­cia­zioni dei Combat­tenti per i Valori della Lotta di Libe­ra­zione Nazio­nale della Slovenia  (ZZB), piene di discorsi di odio e minacce verso a coloro con pensano diver­sa­mente, piene di simboli tota­li­tari, ed offesi sotto forma di insulti dei simboli uffi­ciali statali e di tras­porto ed espo­si­zione ille­gale di armi mili­tari. I parte­ci­panti a questi eventi di massa erano per lo più membri pagati dello ZZB, dato che circa 20.000 di loro ancora oggi rice­vono ogni mese inden­nità privi­le­giate per i combat­tenti del NOB, anche se molti nati dopo il 1945. I privi­legi che in alcuni casi, come se viviamo ancora in un princi­pato feudale, si tras­met­tono ai propri discen­denti. Questi bacca­nali nello stile dei comizi della più intensa campagna di Milošević un quarto di secolo fa sono stati coro­nati dal comizio dello ZZB del 24 dicembre 2012 a Tisje, dove il segre­tario gene­rale dell’or­ga­niz­za­zione dei vete­rani Mitja Klavora, nato un decennio dopo la seconda guerra mondiale, ci ha nuova­mente minac­ciato con gli uccisioni di massa.

Già pochi anni dopo l’in­di­pen­denza, è stato necessario resti­tuire le deco­ra­zioni onorarie e spie­gare che, per legge, il Presi­dente della Repub­blica non ha l’au­to­riz­za­zione di conferire l’Or­dine della Libertà a persone che non avevano nulla a che fare con l’in­di­pen­denza o che si erano addi­rit­tura attiva­mente opposte ad essa . Dopo dieci anni hanno iniziato deli­be­ra­ta­mente a creare confu­sione con i simboli statali. Nel quin­di­ce­simo anni­ver­s­ario dell’in­di­pen­denza, hanno iniziato una pole­mica sulla forma­zione dell’e­ser­cito sloveno e sulla sua età, e nel vente­simo anni­ver­s­ario, l’al­lora presi­dente della Repub­blica ha addi­rit­tura tuonato contro i cosid­detti combat­tenti per l’in­di­pen­denza, dicendo che questa „meri­to­crazia“ e questo ingombro tran­si­torio dove­vano essere elimi­nati una volta per tutte. Per fortuna, la maggior­anza degli elet­tori, grazie a Dio, nell’au­tunno del 2012 l’hanno elimi­nato loro. Il tocco finale del sver­go­gna­mento dell’in­di­pen­denza e soprat­tutto dell’e­ser­cito sloveno è stato poco prima del 22 anni­ver­s­ario, con la nomina dell’ul­timo mini­stro della difesa.

I cosid­detti „zii dal retro“ hanno messo a questa carica una persona che nel 1991, non solo indi­ret­tamente, ma attiva­mente, attra­verso l’azione poli­tica e i suoi voti, si è opposta a tutte le misure prese per difen­dere la Slovenia dall’­ag­gres­sione dell’e­ser­cito jugo­s­lavo. „Non sono un membro dell’LDS, ma condi­vido gli stessi pensieri e punti di vista di Roman Jakič“, ha detto il colon­nello dell’EPJ Milan Aksen­ti­jević nell’As­sem­blea, dopo che i due insieme hanno ostaco­lato i prepa­ra­tivi di difesa in un momento estre­ma­mente critico. Nel secondo capi­tolo di questo compendio, troverete molti esempi concreti di ostru­zione delle misure di indi­pen­denza che portano la firma di Roman Jakič e dei suoi soci dell’­op­po­si­zione di sinistra. Se alcuni dei loro emen­da­menti alla legis­la­zione chiave della difesa fossero stati adot­tati, la Slovenia non sarebbe stata in grado di difen­dersi con successo dall’­ag­gres­sione della JNA nel giugno 1991.


All’­epoca dell’in­di­pen­denza, l’op­po­si­zione si oppose spesso con veemenza agli sforzi per l’in­di­pen­denza slovena (nella foto: i depu­tati LDS Gregor Golobič, Zoran Thaler e Jožef Školč).

Invece dell’­ope­retta, una vera potenza militare

Questo era anche lo scopo fonda­men­tale, distrug­gere tutti gli sforzi della Slovenia per costruire un sistema di difesa effi­cace, che sarebbe stato in grado di rispon­dere al previsto, anzi deter­mi­nato tenta­tivo di Belgrado di impe­dirci con la forza di andare per la nostra strada. Questo è dimostrato in decine di docu­menti pubbli­cati nel Libro bianco sull’in­di­pen­denza della Slovenia. Dall’as­sis­tenza della poli­tica comu­nista slovena all’EPJ nel disarmo della Difesa Terri­to­riale, che il dottor Jože Pučnik e Ivan Oman hanno gius­ta­mente descritto come un’alto tradi­mento della Slovenia, attra­verso la cosid­detta Dichiara­zione per la pace, che chie­deva un rapido disarmo unila­te­rale della Slovenia, fino ai contatti dietro le quinte con i gene­rali dell’EPJ e i poli­tici di Belgrado, su cui ogni tanto veniamo a cono­s­cenza quando viene aperto qualche archivio di Belgrado o uno dei parte­ci­panti dalla parte opposta scrive un libro di memorie. Solo dopo alcuni anni, quando i poli­tici di sinistra fecero del loro meglio per fornire al gene­rale aggres­sore Konrad Kolšek un pass­a­porto sloveno, si è capito perché la dichiara­zione formale di guerra con un ulti­matum inviato alla Slovenia dal gene­rale Kolšek la mattina del 27 giugno 1991, sui volan­tini sparsi dagli aerei dell’EPJ, non è stata indi­riz­zata al coman­dante supremo e presi­dente della presi­denza Milan Kučan, ma al primo mini­stro Lojze Peterle, che secondo la costi­tu­zione di allora non aveva prati­ca­mente nessun potere nel campo della difesa. A causa di prece­denti contatti e accordi, Kolšek e altri aggres­sori appa­ren­te­mente consi­der­avano Milan Kučan come uno di quelli su cui potevano contare nel periodo dopo „l’ope­retta dell’in­di­pen­denza“, quando il governo Demos si sarebbe disin­te­grato per effetto di una leadership rotta e sarebbe finito nei tribu­nali mili­tari o davanti al plotone d’esecuzione.


Nel Partito del Rinno­va­mento Demo­cra­tico, guidato da Ciril Ribičič, che era il succes­sore della Lega Comu­nista Slovena, avevano molti pregiudizi sull’in­di­pen­denza della Slovenia.

A causa dell’alto sostegno dell’in­di­pen­denza al plebi­s­cito e dell’u­more posi­tivo gene­rale dell’o­pi­nione pubblica slovena verso l’in­di­pen­denza  – compresa una parte dei membri  membri dei partiti di sinistra, gli oppo­si­tori dell’in­di­pen­denza gene­ralm­ente non si oppo­sero aper­ta­mente all’essa, ma piut­tosto appli­ca­rono tattiche indi­rette, che si riflet­tevano negli slogan che diven­nero popolari nella prima­vera del 1991, per esempio „Indi­pen­denza sì, ma in modo paci­fico“, oppure „Indi­pen­denza sì, ma senza eser­cito“, oppure, „La volontà del popolo espressa nel plebi­s­cito deve essere realiz­zata, ma solo attra­verso trat­ta­tive e accordi“, oppure: „Gli Sloveni al plebi­s­cito non hanno votato per la guerra!“, oppure: „La proclama­zione dell’in­di­pen­denza della Slovenia deve andare di pari passo con l’inizio immediato delle trat­ta­tive con le altre repubbliche per una nuova connessione confederale“.

Natu­ralm­ente, non si trattava solo di slogan. Nei mesi prima­ve­rili del 1991, ci furono una serie di incontri tra i partiti di sinistra sloveni, soprat­tutto tra il succes­sore del PCS e il precur­sore dell’at­tuale SD e gli ex partiti comu­nisti delle altre repubbliche dell’al­lora RSFJ. Uno di questi incontri tra Ciril Ribičič e i loro compagni, i comu­nisti bosniaci e croati a Otočec, fu accom­pa­gnato con grandi titoli nei giornali in tutta l’ex Jugo­s­lavia, che chie­de­vano una nuova inte­gra­zione jugoslava.

Il calcolo degli oppo­si­tori dell’in­di­pen­denza slovena, interni ed esteri, si basava sull’as­pet­ta­tiva dell’ef­fetto „testa rotta“. Conta­vano sul fatto che una Slovenia indi­pen­dente sarebbe stata eufori­ca­mente procla­mata, ma non realiz­zata. (“Oggi è permesso sognare, domani è un nuovo giorno!”) Crede­vano e cerca­vano di contri­buirvi il più possi­bile nella convin­zione che le forze di difesa slovene non sareb­bero state in grado di occupare i valichi di confine e i punti chiave delle infrastrut­ture del paese e di limitare la manovra dell’EPJ, e che, dopo pochi giorni, tutto si sarebbe rive­lato come un episodio di operetta, dopo il quale sarebbe stato chiaro a tutti nel paese che siamo isolati dall’Oc­ci­dente, che non control­liamo il nostro terri­torio e che nessuno ci avrebbe aiutato, che nessuno ci avrebbe rico­no­sciuto, e che stavamo sbat­tendo la testa contro un muro di cemento.

Dopo un tale risul­tato, ci si aspettava la disin­te­gra­zione della coali­zione Demos e la caduta del governo, seguita da una piena presa di potere. Sicura­mente si aspettava anche la fine defi­ni­tiva del sogno di una Slovenia indi­pen­dente. E loro, come salva­tori degli Sloveni dai peri­co­losi avven­tu­rieri di Demos. O, come ha detto il presi­dente dell’al­lora LDS, „Per una Slovenia indi­pen­dente è meglio nego­ziare per cent’anni che combat­tere per un giorno“. Queste aspet­ta­tive sono lette­ralm­ente confer­mate dalle memorie dell’al­lora primo mini­stro del governo federale Ante Marković, pubbli­cate anche nella seguente sezione del presente alma­n­acco, rela­tive all’in­contro tra lui e l’op­po­si­zione di sinistra slovena poco prima della guerra, il 12 giugno 1991:

„Il collo­quio di Marković con l’op­po­si­zione ha portato la valu­t­azione comune che le contrad­di­zioni nel Demos al potere erano così grandi che solo il 26 giugno lo teneva insieme. Se il 26 giugno non succede, nulla possa rafforzare i legami ceduti di Demos, ci sono poche sper­anze per il governo. Concre­ta­mente: se dopo il 26 giugno inizia un processo che corre simul­ta­nea­mente in entrambe le dire­zioni verso l’in­di­pen­denza e verso la reinte­gra­zione, il governo Demos cadrà in estate, o al massimo in settembre“.

Dopo un incontro con l’op­po­si­zione di sinistra slovena, Marković ha convinto il presi­dente croato Franjo Tuđman della proba­bi­lità di un tale svolto in Slovenia. Ques­t’ul­timo continuò per anni a parlare di una guerra da operetta in Slovenia, coprendo  la sua cattiva cosci­enza per aver creduto a Marković e quindi, il 27 giugno 1991, non manten­endo la sua promessa e l’ac­cordo firmato il 27 giugno 1991 sulla resis­tenza comune dei due paesi in caso di aggres­sione da parte dell’EPJ. L’in­di­pen­denza da operetta è stata effet­tiva­mente realiz­zata dalla Croazia nel giugno 1991, dichiarando l’in­di­pen­denza senza pren­dere il potere effet­tivo. Il prezzo che la Croazia ha pagato in sangue per l’in­ge­nuità di Tuđman è stato enorme.

Io stesso sono stato testi­mone di diverse previ­sioni aper­ta­mente rive­late e insi­nu­a­zioni da parte di poli­tici sloveni di sinistra, per non parlare dei diplo­ma­tici stra­nieri. Alcuni dell’al­lora presi­denza della Repub­blica, il vice primo mini­stro e il suo mini­stro delle finanze, che si dimise pochi mesi prima della guerra, e molti altri citta­dini „rispetta­bili“ erano della stessa opinione. Ho incont­rato uno di loro, che poi ha fatto una bril­lante carriera nella Slovenia indi­pen­dente, poco prima della guerra in Piazza del Congresso.

Mi disse in tono un po‘ sprez­zante: „Per uno stato indi­pen­dente non serve una visione, ma delle divi­sioni“. Non gli ho spie­gato che avevamo anche quelle, perché non mi avrebbe creduto comunque.

Secondo la narra­zione e le molte­plici esibi­zioni regis­trate pubbli­ca­mente dell’ex membro della presi­denza della Repub­blica di Slovenia, Ivan Oman, che era l’unico della presi­denza a sostenere coeren­te­mente i prepa­ra­tivi per la difesa contro l’ag­gres­sione, il dottor Jože Pučnik – in una delle tante pause durante le trat­ta­tive per la legge sul plebi­s­cito nel novembre 1990 – ha chiesto all’alto rappre­sen­tante dell’o­dierno SD perché compli­cano ecces­siva­mente e perchè sono sostan­zi­alm­ente opposti a tutte le proposte di indi­pen­denza. Gli ha risposto che deve capire che loro e la loro opzione poli­tica nell’in­di­pen­denza comunque non vede­vano un futuro per loro.

La poli­tica di sinistra slovena dopo la vittoria del Demos alle elezioni dell’a­prile 1990, nono­stante gli occa­sio­nali inganni pubblici, nelle sue più alte sfere ha sempre lavorato contro la crea­zione delle capa­cità reali per l’in­di­pen­denza. Le loro azioni più import­anti fino al 26 giugno sono state:

1. Il disarmo della Difesa Terri­to­riale nel maggio 1990, dove con tutti i mezzi possi­bili hanno aiutato l’EPJ. Questo è discusso nel primo capi­tolo di questo compendio.

2. La cosid­detta Dichiara­zione di pace del febbraio 1991, che chie­deva diret­tamente il rapido disarmo unila­te­rale di una „Slovenia appena armata“.

3. Il consis­tente votare nell’As­sem­blea contro le misure per assi­curare l’in­di­pen­denza (la Legge sulla difesa, la Legge sul dovere mili­tare, il Bilancio della difesa). Tutti gli atti elen­cati sono stati appro­vati a mala­pena con pochi voti della maggior­anza Demos. Questo è discusso nel secondo capi­tolo di questo almanacco.

4. Infor­mare i servizi segreti e i diplo­ma­tici  stra­nieri dei più alti segreti di stato conte­nuti nei piani opera­tivi per l’in­di­pen­denza (tempi esatti, elenco delle funzioni della feder­a­zione che la Slovenia intende effet­tiva­mente assumere).

La peti­zione per le dimis­sioni del procu­ra­tore gene­rale Anton Drobnič, sotto la guida di Milan Kučan e Spomenka Hribar (che me l’ha offerta per firmare proprio nel suo ufficio presi­den­ziale), inviata al pubblico pochi giorni prima della dichiara­zione di indi­pen­denza della Slovenia.  Con questo vole­vano ulte­riormente nuocere a Demos poco prima della guerra, poiché la peti­zione era firmata da alcuni poli­tici di spicco della SDZ e dai Verdi di Slovenia.

6. Annuncio di uno sciopero del sinda­cato di Polizia per il 27 giugno 1991.


In alcuni giornali sloveni, autori vari aper­ta­mente si oppo­ne­vano  all’in­di­pen­denza slovena (nella foto un arti­colo di Mladina, 21 maggio 1991).

Il 25 giugno 1991, la Slovenia ha effet­tiva­mente assunto la maggior parte delle compe­tenze prece­den­te­mente federali (fron­tiera, dogana, poli­tica mone­taria, controllo dello spazio aereo, opera­zione e sorve­gli­anza di cambio) e il 26 giugno, con il sostegno e la gioia popolare gene­rale, ha dichiarato la sua indi­pen­denza. Lo stesso giorno e il giorno seguente, ha resis­tito con successo alla prima ondata di aggres­sioni, perciò alcuni poli­tici di sinistra sono stati colti da dubbi sul successo delle loro aspet­ta­tive per una „dichiara­zione di indi­pen­denza da operetta“. Ciono­no­stante, i loro capi hanno fatto ogni sforzo per estrarre anche da una tale situa­zione meschini vant­aggi poli­tici egoistici .

Piero Fassino, ex mini­stro in diversi governi di sinistra italiani (Gius­tizia, Commercio Estero, Vice Mini­stro degli Esteri) e alto rappre­sen­tante dell’In­ter­na­zio­nale Socia­lista, ha pubbli­cato un libro inti­to­lato Per passione (Milano, 2003), in cui a pagina 292 descrive come il 27. giugno 1991 ha visi­tato Milan Kučan e Ciril Ribičič e come in questa occa­sione ambedue lo hanno soll­eci­tando che „la sinistra italiana ed europea non rega­lasse alla destra l’in­di­pen­denza delle ex repubbliche jugo­s­lave“. Nei mesi succes­sivi a questa visita, è stato proprio il mini­stro degli esteri italiano, il socia­lista Gianni de Michelis quel poli­tico europeo che ha fatto le osser­va­zioni più aspre sulla statua­lità slovena. Solo all’ul­timo minuto ha accet­tato il rico­no­sci­mento europeo della Slovenia. Anche quando il presi­dente italiano Fran­cesco Cossi al 17 gennaio 1992 ha visi­tato la Slovenia, dopo che l’Unione Europea l’aveva già rico­no­sciuta, De Michelis per questo l’ha attac­cato dura­mente. Ciono­no­stante,  solo poco tempo dopo, Milan Kučan gli ha confe­rito la Medaglia della Libertà. Sapeva molto bene perché.


Jaša Zlobec e Franco Juri (nella foto con Ciril Ribičič e Lev Kreft), i più estremi oppo­si­tori dell’As­sem­blea a tutte le misure necessarie pel l’‚indipendenza, che poi hanno diven­tato ambascia­tori del paese che avevano avver­sato alla sua nascita.

Agli oppo­si­tori dell’in­di­pen­denza slovena non è andata come previsto. La Slovenia non ha rotto la testa. Si sono schi­an­tati contro il muro della deter­mi­na­zione slovena e dei seri prepa­ra­tivi di difesa, l’EPJ e tutti coloro che, come nel caso del processo JBTZ o durante il disarmo della Difesa Terri­to­riale slovena, avevano contato su questo, che farà il lavoro sporco per loro.

La vendetta di coloro a cui è stato rubato lo stato della RSFJ

Il risen­ti­mento era grave. Indi­vidui influ­enti, invece di ammet­tere ones­ta­mente di aver commesso un errore (perchè comunque nessuno li ha perse­guiti per atti che erano al limite del tradi­mento o ben oltre), o almeno di rima­nere in silenzio, subito dopo la guerra e prima ancora del rico­no­sci­mento inter­na­zio­nale, inizia­rono a lanciare campagne  propa­gan­di­stiche contro gli attori princi­pali dell’in­di­pen­denza, e ad abbat­tere singoli membri del Demos e poi, il governo.

D’altra parte, gli indi­vidui che si sono esposti maggiormente con le loro atti­vità contro l’in­di­pen­denza o contro le misure per garan­tirla, indi­pen­den­te­mente dalle loro qualità profes­sio­nali e perso­nali, sono stati rapi­da­mente promossi. Leggendo i rias­sunti delle oppo­si­zioni, degli ostru­zio­nismi e del gene­rale compor­ta­mento scor­retto nel Parla­mento sloveno al momento di pren­dere le decisioni chiave per l’in­di­pen­denza, o i docu­menti e le regis­tra­zioni del quarto capi­tolo sulla forma­zione di un patto con l’ag­gres­sore a livello locale e nella poli­tica in gene­rale, prati­ca­mente non incon­triamo un solo nome che sia stato esposto, in un modo o nell’altro, alla critica pubblica o addi­rit­tura alla cond­anna per azioni che la storia ha indis­cu­ti­bilm­ente confer­mato come sbagliate e persino dannose.

Jožef Školč, il presi­dente dell’LDS di allora, è diven­tato il mini­stro della cultura e persino presi­dente dell’As­sem­blea nazio­nale; Ciril Zlobec, membro della presi­denza della Repub­blica di Slovenia, che ha rive­lato ai servizi stra­nieri il più importante segreto di stato, è rimasto il membro della presi­denza fino alla fine del suo mandato ed è diven­tato persino il vice­pre­si­dente dell’­Ac­ca­demia slovena delle scienze e delle arti; Ciril Ribičič, che ha incin­tato i poli­tici stra­nieri contro il rico­no­sci­mento inter­na­zio­nale della Slovenia, è diven­tato un giudice della Corte costi­tu­zio­nale e persino un membro della Commis­sione inter­na­zio­nale del diritto di Venezia. Rado Bohinc, membro della presi­denza dell’­U­nione social­de­mo­cra­tica di Marković, è diven­tato il mini­stro della scienza, poi il mini­stro dell’in­terno, e più tardi rettore dell’­Uni­ver­sità di Primorska. Franco Juri e Jaša Zlobec, i più estremi oppo­si­tori nell’As­sem­blea a tutte le misure necessarie per l’in­di­pen­denza, sono diven­tati ambascia­tori del paese che avevano osteg­giato alla sua nascita. Il loro ardente compagno nell’osta­co­lare l’in­di­pen­denza, Roman Jakič, è diven­tato addi­rit­tura mini­stro della difesa. Aurelio Juri è diven­tato membro del Parla­mento europeo e Sergej Peljhan è diven­tato mini­stro della cultura. Jože Mencinger, che aveva abban­do­nato il governo pochi mesi prima della guerra perché non credeva nell’in­di­pen­denza, è diven­tato rettore dell’­Uni­ver­sità di Lubiana e proprie­tario dell’I­sti­tuto Bajt. Marko Kranjec, che si è unito a lui nel suo abban­do­na­mento, è diven­tato prima ambascia­tore e poi gover­na­tore della Banca di Slovenia. La lista è troppo lunga per elen­carli tutti. Anche i giorna­listi e i redat­tori che semi­na­vano dubbi o espri­me­vano una chiara oppo­si­zione durante il periodo dell’in­di­pen­denza sono stati rapi­da­mente promossi. Carriere altret­tanto scin­til­lanti atten­de­vano coloro che nel mondo acca­de­mico si oppo­sero attiva­mente al plebi­s­cito per una Slovenia indi­pen­dente e, più tardi, all’in­di­pen­denza stessa. Il modello è stato portato anche nell’e­co­nomia. Nella prima ondata della priva­tiz­za­zione, la maggior parte delle aziende sono state „priva­tiz­zate“ da indi­vidui che, solo due anni prima, hanno dubi­tato delle prospet­tive di soprav­vi­venza econo­mica della Slovenia indi­pen­dente. Nella seconda ondata, sono stati loro o i loro discen­denti a rice­vere pres­titi poli­tici privi­le­giati dalle banche statali. Il fami­gerato Veno Karbone alias Neven Borak è passato dall’uf­ficio del presi­dente Kučan a quello di primo mini­stro, poi sotto la veste di difen­sore civico della concor­renza è diven­tato il protet­tore „dell‘ inter­esse nazio­nale“, impe­dendo agli inves­ti­tori stra­nieri di entrare e fare concor­renza ai magnati nazio­nali, e poi alla fine ha assunto la posi­zione di eminenza grigia nella Banca di Slovenia.

Nono­stante il successo dell’in­di­pen­denza, Belgrado solo per un giorno ha permesso il sognare di tempi nuovi, dopo­dichè nella società subito si stabi­li­rono i mecca­nismi di promo­zione al contrario. Più qual­cuno si oppo­neva all’in­di­pen­denza o ne era scet­tico e più qual­cuno era legato fami­li­armente, poli­ti­ca­mente o emotiva­mente allo stato della ex RSFJ, maggiori erano le sue possi­bi­lità di carriera e di successo poli­tico nella Slovenia indi­pen­dente. Il Pashaluq comu­nista, che  avevano perso tra Triglav e Vardar, hanno cercato instanca­bilm­ente di stabi­lirlo in minia­tura, tra Triglav e Kolpa. E, in una certa misura, ci sono rius­citi. Oggi, tra tutti i paesi sorti sul terri­torio dell’ex RSFJ, sola­mente in Slovenia l’ico­no­grafia comu­nista e jugo­s­lava prevale in molte mani­fes­ta­zioni, e sola­mente in Slovenia gli ex funzio­nari comu­nisti jugo­s­lavi rice­vono ancora speciali supple­menti di pensione.

La campagna per screditare l’in­di­pen­denza slovena continua ancora oggi, dalle accuse di traf­fico d’armi ai cosid­detti „cancel­lati“ e alle dichiara­zioni del presi­dente dell’­U­nione dei vete­rani della guerra per la Slovenia secondo cui l’in­di­pen­denza ha diviso la nazione slovena prece­den­te­mente unita. Ogni anno che passa gli attori dello scredi­tamento diven­tano più aggres­sivi, man mano che la memoria della gene­ra­zione che ha vissuto diret­tamente l’in­di­pen­denza si è affie­vo­lita. Chiunque abbia fatto notare le mani­po­la­zioni è stato scredi­tato e ridico­liz­zato dai media. La rete dell’ex SDV, con più di dieci­mila colla­bo­ra­tori e intrecciata con l’ap­pa­rato giudi­ziario e di Polizia, isti­tu­zioni parasta­tali come la Commis­sione per la corru­zione o il Commis­sario per l’in­for­ma­zione, e agenzie inves­ti­ga­tive private, è rimasta aggres­siva­mente attiva. Tuttavia, il mono­polio media­tico della sinistra di tran­si­zione, che ha sminuito ogni anno l’im­port­anza dell’in­di­pen­denza e ha glori­fi­cato le conquiste rivo­lu­zio­narie della cosid­detta Guerra di Libe­ra­zione Nazio­nale (NOB), si è solo rafforzato dal 1992 dopo una breve tregua quando si è placato all’indipendenza.

La resis­tenza alla distor­sione della storia sarebbe oggi prati­ca­mente impos­si­bile se non fosse per la conser­va­zione di docu­menti e registri di ben due decenni fa, alcuni storici accu­rati, e gli sforzi dei parte­ci­panti che hanno scritto le loro memorie. Più o meno gli stessi attori che vole­vano in tutti i modi impe­dire la rive­la­zione della drastica falsi­fi­ca­zione della storia dal 1941 in poi, e che quoti­di­a­na­mente sosten­evano pubbli­ca­mente che non avreb­bero permesso che fosse distorta (leggi: non permet­ter­anno la verità), hanno invece tras­fe­rito i loro metodi di distor­sione dal regime tota­li­tario all’­epoca post-indi­pen­denza. Nel difen­dere la storia distorta del 1941–1990, lo stesso lavoro è stato utiliz­zato per il periodo dopo il 1990. Il lavaggio del cervello quoti­diano avviene attra­verso i mass media e la base di questo è conte­nuta in commenti, convegni, libri di testo e programmi scola­stici, così come docu­men­tari o tras­mis­sioni quasi-documentarie.

Tutto questo, natu­ralm­ente, è pagato con i soldi dei contribuenti.


In alcuni giornali sloveni, autori vari si oppo­ne­vano aper­ta­mente all’in­di­pen­denza slovena. Nel libro Il libro bianco sull’in­di­pen­denza slovena – oppug­na­zioni, ostacoli, tradi­mento si può trovare un certo numero di arti­coli su di questo. Una sele­zione speciale di questi arti­coli può anche essere vista al Museo dell’In­di­pen­denza Slovena a Lubiana (vedi foto sopra). Gli sforzi per otte­nere l’in­di­pen­denza sono stati ridico­liz­zati in tutti i media sloveni controllati dalla sinistra, specialm­ente in Mladina e Dnevnik. La „battuta“ con il punto nero (foto a destra) è tratta da Mladina del 26 gennaio 1990, a cura di Miran Lesjak. Sotto il punto nero in basso, hanno cini­ca­mente scritto in piccolo: „1 maggio: continua a fissare il punto nero finché non vedi la Slovenia indi­pen­dente, ripeti l’eser­cizio ogni giorno“. Atti­vità simili sono state svolte dal depu­tato LDS Franco Juri con le sue vignette in Delo e più tardi in Dnevnik.

Le basi della Slovenia indi­pen­dente sono i valori della prima­vera slovena – la fonda­zione della RSFJ fu un crimine

La Costi­tu­zione slovena contiene il testo del giura­mento che viene pronun­ciato dopo l’ele­zione da tutte le alte cariche dello stato dopo l’ele­zione. Giurando si impegnano a „rispet­tare la Costi­tu­zione, a agire secondo la loro cosci­enza ed a lottare con tutte le loro forze per il benes­sere della Slovenia“. Una prova con la quale possiamo deter­mi­nare se un atto, un compor­ta­mento o un programma di un indi­viduo, un gruppo, un partito poli­tico o un’op­zione poli­tica è vera­mente in confor­mità al giura­mento costi­tu­zio­nale è abbast­anza semplice.

Quando un indi­viduo, un gruppo, un partito o un’op­zione poli­tica porta in primo piano e enfa­tizza i valori, gli eventi e le conquiste dell’in­di­pen­denza slovena, che ci hanno messo sulla mappa del mondo e attorno ai quali gli Sloveni di gran lunga di più nella nostra storia si sono uniti e sono stati unifi­cati, allora sta agendo in confor­mità con il testo e lo spirito del giura­mento costituzionale.

Ma quando un indi­viduo, un gruppo, un partito o un’op­zione poli­tica porta in primo piano gli eventi e i tempi che ci hanno diviso e distrutto come nazione, agisce in contrasto con il testo e lo spirito del giura­mento costi­tu­zio­nale. E nessun tempo fu più distrut­tivo per la nazione slovena della rivo­lu­zione comu­nista frat­ri­cida, con la quale la cricca crimi­nale appro­fittò del diffi­cile periodo di occup­a­zione e dei genuini senti­menti patriot­tici degli Sloveni per pren­dere il potere con la forza. Oggi attra­verso questa cartina di torna­sole è facile rico­no­s­cere di quale uomo si tratta. Nessuno che glori­fica il tempo della guerra frat­ri­cida, nel 1991 era sincer­a­mente a favore dell’in­di­pen­denza. Perché lo stato sloveno, che, nono­stante la divi­sione della poli­tica, è stato creato in quel momento con il grande consenso del popolo, era una nega­zione fonda­men­tale delle basi sangui­narie della RSFJ disintegrante.

Come sappiamo da molto tempo, e come dimost­rano in detta­glio i docu­menti qui presen­tati, non eravamo tutti a favore dell’in­di­pen­denza. Secondo i risul­tati del plebi­s­cito, l’in­di­pen­denza slovena formalm­ente è stata opposta da circa 200.000 persone e dalla maggior parte della nome­n­cla­tura post-comu­nista in Slovenia, dalla maggior parte del resto dell’al­lora RSFJ e dalla maggior parte della poli­tica mondiale. Tra i 200.000 oppo­si­tori domestici all’in­di­pen­denza, circa 50.000 erano estre­misti. Alcuni di loro presero parte all’­ag­gres­sione contro la Slovenia con le armi in mano, altri con disgusto rifiut­a­rono la citta­di­nanza slovena e lasci­a­rono il paese dopo la scon­fitta dell’EPJ. Alcuni sono rimasti e hanno trovato rifugio nei partiti di sinistra slovena. Molti di coloro che rifiut­a­rono la citta­di­nanza slovena e lasci­a­rono la Slovenia con l’eser­cito scon­fitto o anche prima della scon­fitta, comin­ci­a­rono a tornare dopo alcuni anni, quando la Slovenia è comin­ciata ad avanzare e le altre parti dell’ex Jugo­s­lavia rima­ne­vano indietro, e quando la pensione media in Slovenia era dieci volte più alta della pensione media in Serbia e Bosnia-Erze­go­vina. All’i­nizio in silenzio, ma poi sempre più rumo­ro­sa­mente, cominciò ad emer­gere un gruppo di persone cosid­dette ‚cancel­late‘. Ad alcune centi­naia di casi legit­timi, in cui gli indi­vidui vole­vano rego­lare il loro status di stra­nieri o addi­rit­tura la loro citta­di­nanza, ma non ci sono rius­citi per ragioni ogget­tive, si sono aggiunti migliaia di specu­la­tori che hanno tradito la Slovenia alla sua nascita, e che oggi, con l’aiuto della poli­tica di sinistra antislo­vena, preten­dono un risar­ci­mento dal contri­buente sloveno.

Nono­stante gli ostacoli, gli avver­sioni e i tradi­menti, l’in­di­pen­denza della Slovenia da Belgrado ebbe successo. Ma c’era un’altra possibilità…

Fonte: Asso­cia­zione per i valori dell’in­di­pen­denza slovena: Libro bianco dell’in­di­pen­denza slovena – oppug­na­zioni, ostacoli, tradi­menti. Nova obzorja, d. o. o., Ljub­l­jana 2013


Il 27 aprile 2013, l’in­tero vertice dello stato sloveno ha parte­ci­pato ad una cele­bra­zione a Lubiana con una sceno­grafia comu­nista che ricordava comple­ta­mente i tempi in cui esis­teva ancora la tota­li­taria Repub­blica Federale Socia­lista di Jugoslavia.


Il Libro bianco sull’in­di­pen­denza slovena – oppug­na­zioni, ostacoli e tradi­mento rivela come gran parte della nomen­kla­tura slovena post-comu­nista si oppo­neva all’in­di­pen­denza della Slovenia.


I docu­menti pubbli­cati nell’an­to­logia „Guerra per la Slovenia“, che si susseguono nel tempo, illus­trano come si è svolta l’ag­gres­sione dell’EPJ alla Slovenia e come ci siamo difesi e abbiamo scon­fitto milit­armente l’eser­cito federale jugoslavo.


Janez Janša è stato vice­pre­si­dente dell’­U­nione Demo­cra­tica Slovena, membro della prima Assem­blea demo­cra­ti­ca­mente eletta della Repub­blica di Slovenia nel 1990 e Mini­stro della Difesa al tempo dell’in­di­pen­denza della Slovenia da1990 a1992. Oggi è il presi­dente del Partito Demo­cra­tico Sloveno e per la terza volta il primo mini­stro della Repub­blica di Slovenia.

(1) Membri dell’EPJ cattu­rati per provincia
Totale membri cattu­rati EPJ: 2.663
Di questi uffi­ciali e sottuf­fi­ciali: 253
Uffi­ciali e sottuf­fi­ciali / Civili / Soldati

(2) Membri dell’EPJ diser­tati per provincia
Totale membri dell’EPJ diser­tati: 3.090
Di questi uffi­ciali e sottuf­fi­ciali: 281
Uffi­ciali e sottuf­fi­ciali / Civili / Soldati

(3) Membri di DT e EPJ morti e feriti per provincia
EPJ morti / EPJ feriti
DT morti / DT feriti

Numero di tutti i membri della DT, per giorno

Mate­riale bellico sequestrato in azioni di combattimento
Armi di fanteria
Armi anticarro
Armi di difesa aerea
Veicoli blindati
Veicoli a motore
Armi di artiglieria
Mezzi di collegamento
Mezzi elettronici

L’in­fo­gra­fica mostra la quan­tità di arma­menti ed equi­paggia­mento mili­tare confis­cato durante le azioni di combat­ti­mento della DT. Oltre ai beni elen­cati nel grafico, la DT della RS tra il 26 giugno e il 17 luglio 1991 ha confis­cato circa 7 milioni di pezzi di muni­zioni per armi di fanteria, 20.000 pezzi di muni­zioni per varie armi anti­carro e antia­eree, circa 400 mila tonnellate di mine e piccole quan­tità di equi­paggia­mento da quar­tier­ma­stro, sani­tario e ABKO. Queste quan­tità non includono le armi e le attrez­za­ture confis­cate dalla Polizia durante le opera­zioni di combattimento.


Janez Janša come primo mini­stro della Repub­blica di Slovenia al suo arrivo alla ceri­monia princi­pale in occa­sione della gior­nata delle forze armate slovene il 15 maggio 2021.


Tren­t’anni dopo l’in­di­pen­denza slovena, le forze armate slovene sono di nuovo al passo con i tempi e pronte ad affron­tare le sfide che non mancano al tempo presente.


Un’a­na­lisi della guerra per la Slovenia

L’Eu­ropa, e l’Unione Europea parti­cola­rmente, oggi in gran parte rappre­senta un luogo di pace e di progresso rela­tivo, eppure alcune nazioni, vivendo senza un proprio stato nel loro cuore, lottano comunque per diven­tare una nazione ed un’en­tità indi­pen­dente nella comu­nità internazionale.

Cata­lani vorreb­bero deci­dere in un refe­rendum se sece­dere dalla demo­cra­tica Spagna, e gli scozzesi se rima­nere o meno parte del Regno Unito. Ancora più ampia­mente oggi su questo pianeta, ci sono molte nazioni, molto più grandi della Slovenia, che non hanno un proprio paese, anche se, con poche ecce­zioni, di regola, tutte lo vogliono. Gli Sloveni hanno recen­te­mente conqui­s­tato il diritto a un proprio paese.

Il centro di valore della nazione

Nella storia di ogni nazione che forma uno stato, c’è un momento speci­fico in cui la nazione diventa sovrana, padrona di se stessa. Un tale momento, di solito legato agli eventi che hanno reso possi­bile l’in­di­pen­denza e l’hanno messa sulla mappa del mondo o il rico­no­sci­mento inter­na­zio­nale, è vene­rato dalle nazioni come qual­cosa di „sacro“, cele­brato nelle feste nazio­nali, e le città, piazze, strade o onori portano il suo nome e i nomi dei suoi eventi. Questo tempo evoca un atteg­gia­mento posi­tivo da parte della maggior­anza dei citta­dini o dei membri di una nazione. Un tale momento rappre­senta il centro di valore di una nazione. Per noi Sloveni è il tempo dell’in­di­pen­denza. All’in­terno di questo periodo, esteso nella storia dal 1987 al 1992, spiccano in parti­co­lare i giorni della guerra per la Slovenia. Erano le setti­mane, i giorni e le ore di giugno e luglio 1991, quando tutto era in gioco. Il futuro indi­pen­dente ed europeo degli Sloveni, l’or­dine demo­cra­tico, la nostra reli­gione e le nostri leggi, la nostra prospe­rità e le nostre vite. Questi erano i giorni in cui – una nazione disar­mata nel maggio 1990 – si è alzata di nuovo per i suoi diritti, ha dichiarato una Slovenia indi­pen­dente ed ha resis­tito all’­ag­gres­sione dell’EPJ.

In quei giorni, una piccola percen­tuale di Sloveni che, con l’ap­poggio massiccio della nazione, ha preso tutte le armi dispo­ni­bili e insieme alla difesa civile si è opposta a quello che tecni­ca­mente era il quinto eser­cito più forte d’Eu­ropa, e con il suo coraggio ha raggi­unto l’im­pos­si­bile, scri­vendo l’atto finale del pass­aggio della nazione slovena allo stato sloveno. In quel periodo il coraggio degli Sloveni fu ammi­rato da tutto il mondo. I rappre­sen­tanti dei paesi più potenti del mondo, che pochi giorni prima della guerra affer­ma­vano che non ci avreb­bero mai rico­no­sciuto, cambia­rono la loro posi­zione grazie al nostro coraggio.

In pochi giorni, la stampa mondiale ha cambiato il suo atteg­gia­mento nei confronti della Slovenia ed è passata dalla nostra parte. La rivista ameri­cana ad alta tira­tura People ha inti­to­lato il suo reso­conto della guerra per la Slovenia come ‚Il topo che ruggì‘. Gli Sloveni di tutto il mondo sono scesi nelle strade delle metro­poli come un tutt’uno, inond­ando i governi di lettere e appelli a sostegno della lotta della loro patria contro Golia. Nono­stante la contra­rietà all’in­di­pen­denza da una parte della poli­tica di sinistra, la nazione era unita. Unita come non mai e molto corag­giosa. Queste erano „le ore più belle“, le ore sante, l’alto canto della nazione slovena. Ci siamo solle­vati e siamo sopravvissuti.

I numeri che raccon­tano la storia

Questo fatto storico inne­ga­bile non può essere cambiato o distorto. Né può essere dimen­ti­cato o insab­biato, anche se questo è stato costan­te­mente tentato prati­ca­mente dal 1991. „Abbiamo mai avuto una guerra in Slovenia?“ si sono chiesti beff­ar­da­mente alcuni, ma natu­ralm­ente solo dopo che l’ul­timo soldato aggres­sore aveva lasciato la Slovenia nell’ot­tobre 1991. Mentre le affer­ma­zioni di coloro che si oppon­gono all’in­di­pen­denza slovena che non c’è stata una vera guerra in Slovenia, con il passare del tempo dall’­ag­gres­sione dell’EPJ contro la Slovenia sono diven­tate più forti e più soste­nute dai media, para­dos­salm­ente, gli storici in Serbia non hanno alcun dubbio. Un libro di due storici serbi (Kosta Nikolić, Vladimir Petrović: Guerra in Slovenia (giugno-luglio 1991, Docu­menti della presi­denza della RSFJ, Isti­tuto della storia contem­poranea, Belgrado 2012) porta il titolo inequi­vo­ca­bile: Guerra in Slovenia.

I gene­rali dell’EPJ e i poli­tici della RSFJ che hanno mandato carri armati e truppe su di noi, sosten­gono che stavano difen­dendo la Jugo­s­lavia e i suoi confini inter­na­zio­nalm­ente rico­no­sciuti, ma non negano la guerra. Non negano nemmeno di essere stati scon­fitti in Slovenia.

Nelle loro memorie, gli uffi­ciali dell’EPJ del 5. dist­retto mili­tare che guidarono opera­tiva­mente l’ag­gres­sione alla Slovenia, descri­vono in detta­glio come hanno vissuto quei giorni di giugno e luglio 1991 e come „l’ama­rezza della scon­fitta in Slovenia è caduta pesan­te­mente su di loro“. A causa della scon­fitta nella prima ondata di aggres­sione il coman­dante del 5. dist­retto mili­tare, il gene­rale Konrad Kolšek, fu sosti­tuito dall’al­lora coman­dante del III dist­retto mili­tare, il gene­rale Žika Avra­mović. Tuttavia, due giorni dopo il suo arrivo, Avra­mović ripeté il destino di Kolšek e subì una scon­fitta ancora più grave.

Anche i numeri raccon­tano la loro storia. Il 26 giugno 1991, l’EPJ ha comin­ciato la sua aggres­sione contro la Slovenia con un totale di 22.000 soldati, uffi­ciali e sottuf­fi­ciali. Le analisi pubbli­cate nel libro La guerra per la Slovenia most­rano che l’EPJ ha subito 48 morti e 116 feriti nella guerra per la Slovenia, che le unità della  Difesa Terri­to­riale hanno cattu­rato 2.663 dei suoi membri nei combat­ti­menti, mentre 3.090 sono fuggiti volon­ta­ria­mente dalla parte slovena.


La gente del posto vicino a Komenda nella regione di Goren­jska guarda i soldati dell’­ag­gres­sore dell’EPJ accanto ai veicoli blin­dati il 27 giugno 1991, all’i­nizio della guerra per la Slovenia.

Dei 22.000, l’EPJ ha perso almeno 5.917 membri, o più di un quarto, in poco più di 7 giorni di combat­ti­mento, tra i quali una percen­tuale spro­por­zio­na­ta­mente alta – almeno 534 – di uffi­ciali e sottuf­fi­ciali in servizio attivo.

Per un primo confronto, la Difesa Terri­to­riale (tenendo conto anche delle vittime degli inci­denti) ha avuto 9 morti e 44 feriti, mentre la Polizia slovena ha avuto 4 morti. L’EPJ ha cattu­rato solo un uffi­ciale delle forze slovene e nessuno è passato dalla DT all’EPJ.

Per un altro confronto (perché le parole deni­gra­torie e dure sulla „non guerra“ del 1991 proven­gono princi­palm­ente dai membri della Feder­a­zione delle asso­cia­zioni dei combat­tenti): tra il 6 aprile 1941 e il 9 maggio 1945, le unità parti­giane slovene, con le loro perdite pesanti, neutra­liz­za­rono un numero di membri delle forze di occup­a­zione italiane e tede­sche signi­fi­ca­tiva­mente infe­riore di quanto la DT e la Polizia riusci­rono nei dieci giorni di guerra per la Slovenia, nono­stante il fatto che durante la seconda guerra mondiale i due citati occup­anti in Slovenia invi­a­rono princi­palm­ente forma­zioni mili­tari di seconda classe con lo arma­mento esat­ta­mente della stessa classe.

Poiché i rinforzi inviati dai gene­rali Kolšek e Avra­mović in Slovenia sono stati per lo più fermati al loro ingresso in Slovenia, le unità dell’EPJ rimaste in Slovenia prima dell’­ac­cordo di Brioni sono state stra­te­gi­ca­mente sotto tutti i punti di vista in una posi­zione comple­ta­mente subor­di­nata. Il 26 giugno, l’EPJ ha iniziato la guerra non solo tecni­ca­mente, ma anche nume­ri­ca­mente spro­por­zio­na­ta­mente più forte. La Slovenia non era nemmeno in grado di chia­mare alle armi tanti membri della DT quanti ne aveva l’EPJ diret­tamente sul nostro terri­torio. La causa era, ovvia­mente, la mancanza di arma­menti. Meno di 10 giorni dopo, la situa­zione è note­volm­ente cambiata a nostro favore. Non solo la Slovenia è stata in grado di armare 35.300 delle sue truppe (esclusa la Polizia) già il 5 luglio grazie alle armi e l’equi­paggia­mento confis­cati, ma con l’aiuto delle armi pesanti che aveva acqui­sito, soprat­tutto mezzi anti-carro e anti-aerei, la Slovenia poteva contare di poter contrastare con successo a qual­siasi forza che l’EPJ avrebbe potuto inviare contro il giovane stato sloveno.

Questo fatto ha avuto un’in­flu­enza decisiva sul cambia­mento della stra­tegia di Milo­sević. Il suo piano origi­nale, il Piano A,  creare una Jugo­s­lavia centra­liz­zata all’in­terno dei confini esis­tenti e sotto il diretto dominio serbo, con l’aiuto dell’EPJ e dell’am­mi­nis­tra­zione della RSFJ, è crol­lato con la scon­fitta dell’EPJ in Slovenia. Intorno al 10 luglio 1991, il governo serbo ha deciso finalm­ente di passare al piano B, alla forma­zione di una grande Serbia.


Vista dalla sala opera­tiva del Gruppo di coor­di­na­mento che ha guidato la difesa della Repub­blica di Slovenia all’i­nizio di luglio 1991.

Docu­menti della guerra per la Slovenia

I docu­menti pubbli­cati nella colle­zione Guerra per la Slovenia seguono gene­ralm­ente l’or­dine crono­lo­gico della loro creazione.

La presen­ta­zione inizia con l’or­dine sull’i­sti­tu­zione del Gruppo Opera­tivo Perma­nente di Attesa del Corpo di Coor­di­na­mento, emesso il 7 maggio 1991. Grazie alla tempes­tiva isti­tu­zione del Gruppo di Coor­di­na­mento (di seguito chia­mato anche il Quar­tier Gene­rale della Difesa Slovena, Coor­di­na­mento o Quar­tier Gene­rale) il 18 marzo 1991 e all’in­tro­du­zione del servizio perma­nente all’i­nizio di maggio, la prima seria dimostra­zione di forze con l’EPJ al momento dell’in­ci­dente di Pekre era stata anti­ci­pata e noi eravamo suffi­ci­en­te­mente prepa­rati ad affrontarla.

La presen­ta­zione si conclude con un’a­na­lisi delle opera­zioni di combat­ti­mento delle forze armate slovene dal 26 giugno al 17 luglio 1991,  discussa il 18 luglio 1991 in una riunione dello Quar­tier Gene­rale della difesa slovena ovvero del gruppo di coordinamento.

Un’ap­pen­dice speciale alla fine del libro presenta la parte intro­dut­tiva del piano “Okop ‑Bedem” (Trincea) dell’EPJ, che è stato parzi­alm­ente utiliz­zato dall’­ag­gres­sore come base per l’at­tacco alla Slovenia e che illustra più vivi­da­mente la menta­lità dei vertici mili­tari dell’EPJ e dei vertici poli­tici della RSFJ. Erano convinti che il loro potere fosse prati­ca­mente illi­mi­tato e che fossero in grado di scon­fig­gere persino la NATO, figu­ria­moci la povera Slovenia. Purtroppo, anche molti influ­enti oppo­si­tori dell’in­di­pen­denza slovena domestici erano convinti del potere dell’EPJ, della sua ideo­logia comu­nista-parti­giana e delle sue armi, ed è per questo che sono stati così convinti per tutto il tempo, e soprat­tutto dopo il disarmo delle forze armate slovene nel maggio 1990 e il plebi­s­cito nel dicembre dello stesso anno, che hanno giocato la carta „dell’in­di­pen­denza da operetta“, contando su una dichiara­zione  di una Slovenia indi­pen­dente (il giorno in cui i sogni sono permessi), ciò, a causa della forza dell’EPJ, a loro avviso non  potrebbe realiz­zarsi in pratica, e quindi alle altre nazioni hanno immedia­ta­mente offerto di unirci in una nuova Jugo­s­lavia. Questa era la dott­rina uffi­ciale, presen­tata pubbli­ca­mente, dei social­de­mo­cra­tici (allora ancora ZKS-SDP). I docu­menti e le testi­mo­ni­anze su questo sono pubbli­cati nel Libro Bianco dell’In­di­pen­denza Slovena (Nova Obzorja, giugno 2013).

Il primo capi­tolo, „Gli ultimi prepa­ra­tivi per la difesa della Slovenia“, contiene un gran numero di docu­menti finora per lo più inediti o meno cono­sciuti, rela­tivi al lavoro del Gruppo di coor­di­na­mento, del Minis­tero della difesa, della Difesa Terri­to­riale e della Polizia nel maggio e giugno 1991, quando, da un lato, cresceva la cons­ape­vo­lezza del grande D‑day, che, più di ogni altro giorno nella nostra storia, avrebbe deciso il futuro della nazione slovena, e, dall’altro, il tempo era concen­trato in prepa­ra­tivi febbrili per la difesa contro la minaccia appa­rente a quel futuro. In questo periodo spiccano gli eventi di Pekre, il rapi­mento del coman­dante della Settima sede provin­ciale della Difesa Terri­to­riale e la prima vittima dell’­ag­gres­sione contro la Slovenia, il comple­ta­mento dei piani per il successo dell’o­stru­zione e del blocco delle unità dell’EPJ, bensì gli sforzi per fornire alla DT le armi di fanteria, almeno per emergenza.

Il secondo capi­tolo, „Il batte­simo del fuoco alla nascita“, copre il periodo dal 25 giugno al 10 luglio 1991, il tempo in cui la guerra per la Slovenia è stata vinta. Il periodo inizia con la dichiara­zione d’in­di­pen­denza della Slovenia nell’As­sem­blea e l’ef­fet­tiva presa dei valichi di fron­tiera, delle dogane, del controllo del traf­fico aereo, dell’i­spe­zione dei cambi e di altre compe­tenze, fino ad allora federali, nonché l’isti­tu­zione di posti di controllo alla fron­tiera del nuovo confine di stato con la Croazia. A causa dell’e­mis­sione della data vera dell’as­sun­zione del potere effet­tivo da parte del membro della presi­denza della Repub­blica di Slovenia, Ciril Zlobec, il periodo inizia con il parziale inter­vento prema­turo delle unità dell’EPJ del Corpo di Reka  a Primorska e Gorizia e il dilemma stra­te­gico se usare le armi per la difesa prima o dopo la dichiara­zione d’in­di­pen­denza. Il capi­tolo si conclude con i docu­menti del 10 luglio 1991. Il giorno in cui il quar­tier gene­rale della difesa slovena con successo neutra­lizza i più forti tenta­tivi dell’EPJ di inter­pre­tare e ribal­tare a proprio favore le conclu­sioni molto ambigue dei nego­ziati di Brioni e di ricon­quis­tare così tutto ciò che aveva perso nella lotta.

Uno dei docu­menti centrali di questo capi­tolo è l’Or­dine del quar­tier gene­rale del 28 giugno 1991, l’or­dine per „l’of­fen­siva“. Solo alcune frasi di questo docu­mento atte­stano diverse cose. In primo luogo, il docu­mento presenta un riflesso, un rico­no­sci­mento accu­rato e tempes­tivo della situa­zione reale. Questo è il momento, nella maggior parte delle grandi batta­glie o guerre, in cui l’ac­cu­rata e tempes­tiva compren­sione e, di conse­guenza, le corrette decisioni di coloro che sono al comando, deter­minano da che parte si incli­nerà la bilancia. Il 28 giugno 1991 era il giorno in cui, dopo il successo dei blocchi di molte colonne coraz­zate e il primo assaggio della scon­fitta, l’EPJ ha usato massic­cia­mente l’avia­zione per attac­care le strut­ture civili. Lo scopo era ovvio: dimostrare la supe­rio­rità nell’aria e semi­nare la paura tra i difen­sori e la popola­zione. Sape­vamo che questa decisione sarebbe stata seguita da rinforzi coraz­zati dai corpi di Varaždin e Zagabria e che l’equi­li­brio temporaneo, stabi­lito il 27 giugno era in bilico.

Avevamo bisogno di armi pesanti e di azioni ben rius­cite per risol­le­vare il morale. Prefe­ri­bilm­ente entrambi allo stesso tempo, quindi è giunto il momento di attac­care i maga­zzini dell’EPJ, ovvero di attuare i piani in prece­denza prepa­rati con il nome in codice „Acqui­si­zione“. Lo stesso giorno, un plotone di rico­gni­zione della brigata speciale di Krkovič, in un’a­zione fulminea senza vittime, ha sequestrato un grande maga­zzino di armi, esplo­sivi e attrez­za­ture mili­tari vicino a Borov­nica. Per questa azione tutti i parte­ci­panti meri­ter­eb­bero la più alta deco­ra­zione dell’in­di­pen­denza, la Medaglia della Libertà. Forse un giorno  quando la Slovenia indi­pen­dente avrà un Presi­dente della Repub­blica che porterà i valori dell’in­di­pen­denza nel cuore come loro, saranno confe­rite queste deco­ra­zioni a tutti loro.


La guerra ha lasciato dietro di sé la devas­ta­zione, ma anche la gioia per il successo della difesa del giovane paese e della patria della Slovenia.

Ci sono stati molti eventi molto import­anti nella guerra per la Slovenia che hanno tessuto in modo decisivo la vittoria. Nella prima analisi del quar­tier gene­rale della Difesa Terri­to­riale, pubbli­cata nel terzo capi­tolo, è gius­ta­mente sotto­li­neato l’ar­resto delle colonne coraz­zate a Medve­djek e al ponte di Ormož all’i­nizio dei combat­ti­menti. Nella stessa cate­goria può essere collo­cato anche l’at­tacco con i lancia­tori di mine sulla pista di atter­raggio dell’­ae­ro­porto mili­tare di Cerklje, che ha spinto la squa­driglia aerea dell’EPJ verso Bihać. Ed anche il seque­stro dei valichi di fron­tiera di Rožna dolina, Šentilj e Holmec, il blocco delle colonne coraz­zate dell’EPJ in molti luoghi del paese, l’ab­bat­ti­mento degli elicot­teri nemici, il seque­stro dei rimasti depo­siti dell’EPJ, ecc.

Tuttavia, dopo un esame più attento di tutte le azioni di combat­ti­mento della DT e della Polizia slovena, e la loro collo­ca­zione nel tempo e nel quadro più grande, si può facilm­ente iden­ti­fi­care l’azione di combat­ti­mento  della DT più importante per la vittoria nella guerra per la Slovenia. Si tratta, senza dubbio, del seque­stro del maga­zzino dell’EPJ a Borov­nica. In questa singola azione, una manciata di membri della Brigata Speciale ha confis­cato una quan­tità di armi, ordigni esplo­sivi ed equi­paggia­mento mili­tare più grande di tutto ciò che le unità parti­giane slovene hanno sequestrato in tutte le azioni di combat­ti­mento durante la seconda guerra mondiale messe insieme (sono ovvia­mente esclusi i sequestri dopo la capi­to­la­zione dell’I­talia e della Germania segu­endo la scon­fitta sui campi di batta­glia mondiali). Il successo fu completo anche perché il maga­zzino è stato preso proprio sotto il naso di una grande concen­tra­zione di truppe dell’EPJ nelle caserme di Vrhnika, da dove avreb­bero potuto distrug­gere il maga­zzino con cannoni e razzi, natu­ralm­ente se aves­sero saputo dell’a­zione in tempo. Ma l’unità mili­tare che ha sequestrato il maga­zzino è rius­cita a convin­cere l’ope­ra­tore radio, che doveva riferire a Vrhnika sulla situa­zione nel maga­zzino  ogni 30 minuti, a conti­nuare a riferire al comando che nel maga­zzino era tutto al posto suo.

Paraf­ra­sando la famosa dichiara­zione di Winston Chur­chill dopo la batta­glia aerea per l’Ing­hil­terra, si può dire che mai nella storia della nazione slovena così tante persone  dove­vano così tanta grati­tu­dine ad una manciata di loro compatrioti.

Il terzo capi­tolo, „Valu­t­azioni e lezioni apprese“, presenta i docu­menti dal 10 al 17 luglio 1991. La parte centrale di questo capi­tolo è un’a­na­lisi delle opera­zioni di combat­ti­mento del quar­tier gene­rale reppu­bli­cano della DT, che è stata effet­tiva­mente effet­tuata in corso o subito dopo le atti­vità di combat­ti­mento. Questa vici­nanza tempo­rale ha i suoi lati posi­tivi e nega­tivi. Lo svant­aggio è la mancanza di tempo, che non ha permesso ai comandi repub­bli­cani e provin­ciali della DT di esami­nare seria­mente le valu­t­azioni e di effet­tuare ulte­riori controlli con tutti i comandi subor­di­nati. Il lato posi­tivo è che le valu­t­azioni scritte sono state effet­tiva­mente fatte „sul posto“, senza razio­na­liz­za­zioni e abbel­li­menti succes­sivi. È stato regis­trato e valutato tutto ciò che, nel contesto di un’u­nità stra­tegia di difesa, diede forma a una molti­tu­dine di decisioni tattiche a livelli diversi, il cui risul­tato – con tutti i pro e i contro – è stata una vittoria mili­tare, o meglio, una guerra vitto­riosa per la Slovenia.

La preziosa espe­ri­enza di quei giorni decisivi

I docu­menti pubbli­cati in questa colle­zione riflet­tono i tempi in cui sono stati creati e le persone che li hanno creati. Alcuni dei rapporti e degli ordini sono scritti in modo profes­sio­nale e senza parole super­flue dicono tutto ciò che era necessario. Altri non sono così precisi, senza alcuni elementi necessari. Alcuni sono addi­rit­tura scritti a mano, a seconda delle circo­s­tanze speci­fiche della guerra. I docu­menti qui presenti, insieme ai dati nume­rici e alle cono­s­cenze gene­rali di ciò che è acca­duto nella guerra per la Slovenia, permet­tono natu­ralm­ente anche di valutare le pres­ta­zioni dei singoli comandi provin­ciali, dei sotto­gruppi di coor­di­na­mento e, non da ultimo, dei quar­tieri gene­rali che guidarono la difesa della Slovenia. Da tutto ciò si può capire sia la compe­tenza e la moti­va­zione di singoli e di interi comandi, ed in alcuni casi anche l’in­flu­enza di quella parte della poli­tica slovena che contava su un’in­di­pen­denza da operetta, che in alcuni casi, anche in piena guerra, trattava l’EPJ più favor­e­volm­ente della DT.

In misura minore, i docu­menti si rife­r­is­cono al ruolo della Polizia slovena, che era stra­te­gi­ca­mente importante per la difesa della Slovenia, in quanto erano già stati raccolti in varie altre pubbli­ca­zioni. Natu­ralm­ente, anche nella Polizia l’im­ma­gine non era la stessa dovunque. Mentre in alcuni luoghi (ad esempio nella regione del Sud Primorska) le sue unità erano più attive delle unità e dei comandi della DT, in altri (ad esempio nella regione della Dolen­jska) prati­ca­mente non hanno sparato un colpo sigolo. Ma più tardi, para­dos­salm­ente, all’in­terno della Polizia e del Minis­tero dell’In­terno è stato promosso soprat­tutto il perso­nale della Dolenjska.

Leggendo i docu­menti, il lettore si imbat­terà diret­tamente o indi­ret­tamente in alcune infor­ma­zioni e curio­sità che in 23 anni si sono dimen­ti­cate, o non sono mai state gene­ralm­ente cono­sciute. L’au­tore di questo testo nel 1991 è stato diret­tamente coin­volto nella crea­zione o nella lettura di molti citati ordini, diret­tive, rapporti e analisi. Nono­stante ciò, durante la reda­zione dell’an­to­logia e la sua rilet­tura, anche lui si è imbat­tuto in molti dettagli, che oggi sono inter­es­santi, ma che all’­epoca, in piena guerra e nel tempo concen­trato, non sono stati nemmeno notati. Inoltre, oggi, leggendo le analisi a causa del suffi­ci­ente lasso di tempo, si diventa ancora più cons­ape­voli di alcuni degli errori commessi.

Uno dei miei errori durante il periodo di prepa­ra­zione della difesa della Slovenia è stato il mio consenso alla conti­nu­a­zione della rior­ga­niz­za­zione della difesa terri­to­riale, che ha ridotto il numero dei comandi provin­ciali da 13 a 7 ed ha accor­po­rato i comandi comu­nali in comandi regio­nali. Visto il grave peri­colo che ci minac­ciava, avrei dovuto fermare la rior­ga­niz­za­zione, perché la nuova strut­tura delle sedi regio­nali in parti­co­lare ci stava causando un sacco di problemi. Oltre a compli­care i legami natu­rali con le comu­nità locali, la rior­ga­niz­za­zione ha portato molta buro­crazia e non suffi­ci­en­te­mente elabo­rati canali di comando.

Un altro errore simile è stata la nostra sottova­lu­t­azione dell’­im­port­anza dei nuovi simboli e delle uniformi. In altre parole – una sottova­lu­t­azione delle prio­rità in una grave siccità finan­ziaria. Nono­stante l’im­mi­nente minaccia della guerra, il mini­stro delle Finanze, Marko Kranjec, con il forte sostegno dell’­op­po­si­zione e della maggior­anza del governo, ha asseg­nato alla DT fondi molto esigui, dedi­cati quasi tutti all’ac­quisto di armi. A causa della mancanza di sostegno e, talvolta, dell’a­perta rilut­t­anza della maggior­anza dei membri del Comando Supremo ovvero della Presi­denza della Repub­blica di Slovenia al rafforzamento delle forze di difesa (nel febbraio 1991, 4 membri della Presi­denza su 5 hanno firmato una dichiara­zione in cui affer­ma­vano che la Slovenia non aveva bisogno di un eser­cito), ed a causa dell’e­norme procras­ti­na­zione e della resis­tenza dell’­op­po­si­zione all’a­do­zione del bilancio della difesa, abbiamo rice­vuto i già scarsi fondi solo in prima­vera, il che ha messo in serio peri­colo l’ac­quisto di almeno modeste quan­tità di armi anti­carro e di fanteria.  Perciò troppo tardi, solo nel maggio 1991, abbiamo potuto iniziare l’ad­destra­mento dell’e­ser­cito rego­lare, e sola­mente di due unità minori.

Non c’è rimasto niente per le uniformi, per di più, a causa dell’­op­po­si­zione anche i nuovi simboli nazio­nali il Parla­mento non li ha defi­niti fino al 25 giugno 1991. Nono­stante tutto ciò, avremmo dovuto improv­vi­sare e prima della guerra dotare con nuove uniformi almeno le unità più import­anti. Soprat­tutto, non ci sono scuse per non aver fornito, al momento dell’in­di­pen­denza, abbast­anza coccarde per i berretti mili­tari. Pert­anto le critiche sulla mancanza di insegne e di nuove uniformi che appaiono nei rapporti di combat­ti­mento di molti quar­tieri gene­rali sono comple­ta­mente giustificate.

I rapporti e le analisi most­rano che abbiamo avuto diffi­coltà a mobi­li­tare le truppe. È stato nascosto al pubblico che la Presi­denza della Repub­blica di Slovenia non ha dichiarato la mobi­li­ta­zione nemmeno il 27 giugno 1991, quando ha consta­tato l’ag­gres­sione ed ha emesso l’or­dine per l’uso delle armi. Abbiamo mobi­li­tato le truppe insieme alle chia­mate, ovvero come una mobi­li­ta­zione „di prova“, che era di compe­tenza del quar­tier gene­rale della DT, come se si trat­tasse di un’e­ser­ci­ta­zione mili­tare. In qualche modo è rius­cito. C’erano diverse ragioni per questo approccio, ma proba­bilm­ente non le scopri­remo mai tutte. Se tutti aves­sero agito come avreb­bero dovuto, il 25 giugno 1991 PRAMOS, la famosa legge di mobi­li­ta­zione della RSFJ, non sarebbe più stata in vigore in Slovenia.

La risposta dei membri del TO arruo­lati è stata media­mente alta, ma non ovunque. Le maggiori mancanze delle risposte sono state a Lubiana e in parte a Maribor, dove abbiamo dovuto emet­tere dal 30 al 50% di chia­mate in più per raggi­ungere almeno il 90% di comple­tezza delle singoli unità. È stato parti­cola­rmente critico il primo periodo dopo l’ag­gres­sione a Lubiana, perchè anche 10 ore dopo la mobi­li­ta­zione la risposta non aveva raggi­unto una percen­tuale soddis­fa­cente. Dopo la fine della guerra, le auto­rità compe­tenti in qualche modo hanno dimen­ti­cato di pren­dere prov­ve­di­menti contro coloro che non hanno risposto alla chia­mata, ciò gius­ta­mente ha causato malumori tra tutti coloro che avevano risposto immedia­ta­mente alla chia­mata per difen­dere la patria. In gene­rale, nelle zone rurali e nelle piccole città la risposta è stata molto migliore che nei centri nazio­nali e regionali.

Oltre alle carenze e ai falli­menti ammi­nis­tra­tivi e gene­rali a livello statale menzio­nati sopra, i docu­menti pubbli­cati fornis­cono anche una compren­sione rela­tiva­mente buona di ciò che stava acca­dendo a livello provin­ciale e comu­nale. Anche se nei rapporti di combat­ti­mento molti eventi non sono descritti con suffi­ci­ente detta­glio, è comunque possi­bile vedere dove si sono veri­fi­cati i problemi e gli errori. A volte, per il semplice fatto che un evento acca­duto era noto e importante, nei rapporti non viene affatto menzio­nato. Per esempio, alcuni valichi di fron­tiera sono stati occupati dall’EPJ senza nessuna resis­tenza, anche se avreb­bero potuto essere difesi sugli approcci. Molte delle barri­cate non erano né minate né difese, quindi non costi­tui­vano grandi ostacoli ai carri armati dell’EPJ. Già il primo giorno di guerra era chiaro in molti luoghi, dove i coman­danti erano capaci e dove non erano all’al­tezza della sfida. In alcuni posti chiave erano necessarie le sosti­tu­zioni, anche nella provincia più grande con il maggior numero delle unità della DT. Non c’era tempo per imparare e adattarsi. Un giorno perso non poteva essere recup­erato. Un’u­nità dell’EPJ che aveva  troppo facilm­ente attra­ver­sato una barri­cata indi­fesa in un burrone, doveva poi essere fermata, con un rischio molto maggiore, allo scoperto. I carri armati, che, nono­stante gli ordini espli­citi di fermarli all’u­s­cita, si allon­t­ana­rono dalla caserma Vrhnika senza resis­tenza e semi­na­rono la morte a Brnik, dove, schie­rati in posi­zione di combat­ti­mento, non sono stati sempli­ce­mente neutra­liz­zati senza armi pesanti.

Nono­stante tutte le carenze, la disunione poli­tica e gli errori, la Slovenia ha prevalso stra­te­gi­ca­mente sulla RSFJ e l’EPJ. Le ragioni più import­anti per la vittoria nella guerra per la Slovenia sono state:

1. Un obiet­tivo poli­tico chiaro, sostenuto dall’u­nità della nazione e dal risul­tato del plebiscito.

2. Non abbiamo sottova­lutato il nemico, ma il nemico ha sottova­lutato noi.

3. Le nostre unità erano omogenee e moti­vate, a diffe­renza di quelle dell’avversario.

4. La maggior parte dei prepa­ra­tivi necessari e possi­bili per la difesa è stata fatta in tempo

5. Avevamo buone infor­ma­zioni sull’avversario.

6. La supe­rio­rità del nemico in armi e numeri l’ab­biamo neutra­liz­zata con limi­ta­zione delle sue manovre.

7. Un approccio umano evitando perdite da entrambe le parti, un trat­ta­mento non discri­mi­na­torio dei feriti e un’ef­fi­cace atti­vità di propa­ganda hanno moti­vato le unità avvers­arie ad arrendersi.

8. I nume­rosi successi indi­vi­duali delle unità della DT e della Polizia dal primo giorno di guerra in poi hanno rafforzato la forza della DT ed hanno aumen­tato il morale dei mili­tari e della popola­zione civile.

9. La buona orga­niz­za­zione della difesa civile con li suoi blocchi ha sosti­tuito la mancanza di armi pesanti.

10. Nono­stante la guerra, l’ap­prov­vi­gio­na­mento della popola­zione ha funzio­nato quasi senza problemi, tutti i rami del governo, tranne il potere giudi­ziario, hanno funzio­nato in modo effi­ci­ente ed il nuovo stato ha funzio­nato in modo soddisfacente.

L’unità della nazione, il coraggio delle sue forze armate, la ferma volontà poli­tica della coali­zione di governo Demos guidata dal dottor Jože Pučnik e l’ini­zia­tiva di una molti­tu­dine di coman­danti indi­vi­duali delle unità tattiche della DT e della Polizia hanno forgiato la vittoria nella guerra per la Slovenia. Una vittoria elevata nella sua fina­lità all’Ol­impo sloveno, una vittoria più importante di tutte le batta­glie che i nostri ante­nati, purtroppo spesso a spese di altri, hanno combat­tuto nel vortice della storia ingrata dei secoli passati.

Ogni giorno, la guerra per la Slovenia ha scoperto nella nazione slovena migliaia di eroi. Ragazzi e uomini che per amore del loro paese hanno superato la paura. Hanno preso le armi per difen­dere la loro casa, la loro fede e la loro legge. Per difen­dere la  Slovenia. Hanno fatto un ottimo lavoro. Dopo la vittoria sono ritor­nati alle loro case. Il paese li ha dimen­ti­cati, la patria non lo farà mai. Perché queste sono state ore sante, l’alto canto della nazione slovena. Ci siamo solle­vati e siamo sopravvissuti.


Il mini­stro della difesa Janez Janša e il mini­stro dell’in­terno Igor Bavčar al tempo della guerra per la Slovenia a fine giugno e inizio luglio 1991, insieme a due speciali di Polizia; i due ministri guida­vano insieme il Gruppo di coor­di­na­mento (il Corpo) della Segre­teria della Repub­blica per la difesa del popolo e la Segre­teria della Repub­blica per l’in­terno, inca­ri­cato della gestione opera­tiva della difesa della Repub­blica di Slovenia contro l’ag­gres­sione dell’e­ser­cito federale jugo­s­lavo. Con l’energia giova­nile, l’au­dacia, il coraggio e la lungi­mi­ranza stra­te­gica, hanno vinto i gene­rali di Belgrado.


La fatale spac­ca­tura della nazione causata dalla guerra frat­ri­cida fu almeno tempora­nea­mente superata durante il periodo dell’in­di­pen­denza, grazie alla poli­tica di unifi­ca­zione di Demos e all’e­norme pazi­enza e spirito costrut­tivo delle persone come il dottor Jože Pučnik, ed è anche per questo che gli Sloveni hanno vinto la guerra per la Slovenia nel 1991 (nella foto, un membro della Difesa Terri­to­riale della Repub­blica di Slovenia accanto a un carro armato sequestrato dell’e­ser­cito federale jugo­s­lavo, sul quale già sven­tola  la bandiera nazio­nale slovena).


Un tempo decisivo per gli Sloveni

Ho scritto il presente testo il 15 maggio 2013 come prefa­zione alla terza edizione inte­grata del best-seller “Premiki – Nasta­janje in obramba slovenske države 1988–1991” (I Movi­menti – Forma­zione e difesa dello stato sloveno 1988–1991). Contiene molti fatti che non cono­s­cevo al tempo delle prime due edizioni dei Movi­menti, e completa signi­fi­ca­tiva­mente i miei due edito­riali del Libro Bianco e della Guerra per la Slovenia, che avete potuto leggere nelle pagine prece­denti di questo libretto.

La cella ovvero la cella d’iso­la­mento in cui sono stato rinchiuso nella prigione mili­tare di Metel­kova nell’e­state del 1988 portava il numero 21. Dal momento in cui sono stato messo lì dentro, ho perso il mio nome. Le guardie e il perso­nale della prigione mi chia­ma­vano con il numero. Quando parla­vano di me, usavano il numero 21. „Portate il ventuno“, ha ordi­nato il diret­tore del carcere alla guardia. „Oggi il ventuno non port­atelo in cortile“, era l’or­dine, il che signi­fi­cava che, nono­stante il rego­la­mento sul diritto dei dete­nuti a mezz’ora di passeg­giata, sarei stato di nuovo senza aria fresca per un giorno. „Alzati, ventuno“, ha gridato la guardia alle 5 del mattino. Dopo un mese senza nome, una persona comincia a pensare come un numero. Ma tutto questo acca­deva nel vente­simo secolo, e ora siamo nel ventunesimo.

Il decennio e mezzo alla fine del XX secolo è stato fatale per la nazione slovena. È stato fatale anche per l’am­bi­ente circo­s­tante e, non da ultimo, per milioni di indi­vidui. Questo fatto è molto più chiaro oggi di quando il libro I Movi­menti è stato scritto – per così dire, durante gli eventi stessi. Ancora oggi, dopo tutto questo tempo, gli eventi di allora sono vivi nella mia memoria come se fossero acca­duti ieri. Non devo nemmeno chiudere gli occhi, e le scene degli eventi dram­ma­tici, delle riunioni e delle decisioni mi vengono davanti agli occhi.

Vedo l’im­ma­gine dei volti piena­mente concen­trati dei colleghi nel quar­tier gene­rale della difesa slovena, dove in quelle calde setti­mane estive del 1991 alcune decine di persone costan­te­mente guida­vano e coor­di­na­vano  le atti­vità mili­tari e di difesa. Vedo Jože Pučnik che spiega alla dire­zione di Demos, poco prima dell’ul­timo test, che siamo obbli­gati dalla decisione del plebi­s­cito e che dovremo resis­tere a tutti i costi. Sento nelle orec­chie le parole del mini­stro della difesa croato che annuncia con voce contrita che il loro presi­dente ha coman­dato una sorta di neutra­lità, e mi sale in bocca il ricordo dell’a­mara cons­ape­vo­lezza che siamo stati lasciati da soli. Vedo la foto dei soldati dell’EPJ cattu­rati, alli­neati davanti al governo e un misto di incredu­lità e sollievo e un’esplo­sione di gioia quando gli ho detto che rice­ver­anno abiti civili e che poi potranno tornare a casa. Sento la voce arrab­biata del coman­dante dell’u­nità della DT di Domžale alle eser­ci­ta­zioni mili­tari sul Medve­dnjak, che ha lanciato davanti a me il giornale con la Dichiara­zione di Pace, con la quale alcuni poli­tici sloveni di sinistra e quattro membri del Comando Supremo preten­dono la Slovenia senza eser­cito pochi mesi prima della guerra. Vedo un’im­mensa delu­sione negli occhi dei giovani del plotone di prote­zione quando appre­sero che i nostri nego­zia­tori a Brioni avevano accet­tato di resti­tuire tutte le armi confis­cate e di rila­sciare tutti gli uffi­ciali cattu­rati dell’EPJ. Sento le voci dei guer­rieri del batta­glione di Litija a Orle, che mi hanno circon­dato e preten­dono uniformi slovene, o almeno coccarde slovene per i loro berretti. Vedo Igor, che dopo l’esplo­sione dell’e­li­cot­tero estrae un fucile da cecchino, e Tone, che, con voce riso­luta e un fucile auto­ma­tico in mano, fa ordine tra i membri delle varie unità che occupano le posi­zioni. Provo di nuovo un grande sollievo quando annun­ciano all’ul­timo momento, poco prima della dichiara­zione d’in­di­pen­denza, che è arri­vata la tanto attesa nave con le armi. Provo ansia e immensa preoc­cup­a­zione in una sala piena di geni­tori dei giovani – ce ne sono circa 6.000 ancora in servizio nell’EPJ a poche setti­mane dalla guerra. Sento ancora sulle spalle il calore del sole estivo al tramonto, che ci ha accom­pa­gnato fino alla Piazza della Repub­blica, dove finalm­ente è sven­to­lata la bandiera slovena senza stella rossa.

L’in­di­pen­denza della Slovenia nel contesto dei cambia­menti sulla mappa europea e mondiale

Il periodo tra il 1988 e il 1992 non è stato cruciale solo per la Slovenia. I venti del cambia­mento stavano soffi­ando via la nebbia da tutta l’Eu­ropa del centro e dall’Est. Da una distanza tempo­rale di un quarto di secolo, compren­si­bilm­ente, molte delle cause e delle conse­guenze degli eventi di allora sono molto più chiare che all’­epoca.  È molto più facile spie­garsi il contesto poli­tico domestico ed estero dei singoli eventi. Soprat­tutto, oggi tutti possono compren­dere il grido di un dissi­dente polacco che, subito dopo la caduta formale del comu­nismo in Polonia ha dichiarato che per quanto riguarda il comu­nismo, per molti aspetti, la cosa peggiore è ciò che viene dopo.

Quella prima­vera e quel­l’e­state del 1989, gli eventi più cruciali per l’Eu­ropa, che annun­cia­vano la fine della guerra fredda e la caduta del muro di Berlino, gli ho seguito dalle prigioni di Dob e di Ig, la vittoria di Soli­dar­ność nelle elezioni polacche, anche se limi­tate dalle auto­rità, un tumul­tuoso congresso dei depu­tati popolari a Mosca, le storiche visite e incontri di Gorba­ciov a Bonn, Vati­cano, Pechino, Berlino e Malta (incontro con il presi­dente degli Stati Uniti), l’eli­mi­na­zione della cortina di ferro al confine tra Ungheria e Austria e le proteste nelle città della Germania dell’Est hanno avuto un grande impatto sugli eventi in RSFJ e, natu­ralm­ente, sugli eventi in Slovenia, che allora, come una delle repubbliche socia­liste jugo­s­lave, era in una posi­zione simile alle repubbliche dell’ex URSS. Gli eventi in Europa sono stati in parte oscu­rati dal massacro di Piazza della Pace Celeste, Tien­anmen e dalla morte del leader iraniano Khomeini, ed allo stesso tempo gli eventi turbo­lenti in tutto il mondo gonfia­vano  questo tempo dram­ma­tico che stavamo osser­vando da dietro le sbarre.


Josip Broz Tito, il capo del governo terro­riz­zante comu­nista  e l’or­ga­niz­za­tore diretto dei massacri di decine di migliaia di persone senza processo dopo la fine della guerra e della rivo­lu­zione in Jugo­s­lavia (nella foto: mentre stringe la mano a Milan Kučan negli anni ’70), è ancora rela­tiva­mente rispet­tato e stimato in tutto il SE Europa.

Per noi prigio­nieri poli­tici, le aspet­ta­tive che i venti di cambia­mento avreb­bero spaz­zato l’Eu­ropa dell’Est e quella del Centro erano ancora più intense. Nella prima­vera del 1988, quando siamo stati arre­stati dalla Polizia poli­tica comu­nista e poi cond­an­nati in un processo a porte chiuse, senza diritto ad un avvo­cato, davanti al tribu­nale mili­tare di Lubiana, scop­pia­rono anche proteste di massa in Slovenia e si è formato il Comi­tato per la difesa dei diritti umani, nel quale, in due mesi, hanno aderito 100.000 membri.


Nella prima­vera del 1988, quando siamo stati arre­stati dalla Polizia poli­tica comu­nista (nella foto l’ar­resto di Janez Janša al 31 maggio 1988) e poi cond­an­nati in un processo a porte chiuse senza diritto a un avvo­cato davanti al Tribu­nale mili­tare di Lubiana, in Slovenia si sono svolte protesti di massa e si è creato il Comi­tato per la prote­zione dei diritti umani, che nel giro di due mesi è arri­vato ad avere 100.000 membri.

Le auto­rità comu­niste teme­vano che sareb­bero scop­piati disor­dini, così al processo ci hanno cond­an­nati con sentenze rela­tiva­mente leggere, da uno a quattro anni di prigione. Nono­stante le proteste del pubblico, le auto­rità comu­niste slovene hanno deciso di eseguire le cond­anne, contando sulla sper­anza che i cambia­menti nell’­Eu­ropa dell’Est e del Centro non avreb­bero avuto un impatto fatale sul cambia­mento dei regimi in Jugo­s­lavia e in Unione Sovie­tica. Hanno contato anche sulla paura dell’Oc­ci­dente di una disin­te­gra­zione selva­ggia dell’­U­nione Sovie­tica e conse­guen­te­mente l’aum­ento del peri­colo dovuto all’in­de­bo­li­mento del controllo delle armi nucleari dell’US, e sui timori di uno scoppio di conflitti etnici nel caso di un’e­ven­tuale rottura della RSFJ.

Questa sper­anza era in gran parte sbagliata. Non solo c’è stato un cambio formale di governo e l’in­tro­du­zione di un’e­co­nomia di mercato e di libere elezioni nell’­U­nione sovie­tica e nella RSFJ, ma anche la disin­te­gra­zione di entrambi gli imperi socia­listi. La disin­te­gra­zione del Grande Impero Rosso è stata rela­tiva­mente controllata, mentre il Piccolo Impero Rosso si è disin­te­grato con fuoco e in tempesta delle pulizie etniche e del conflitto armato in Bosnia ed Erze­go­vina e in parte in Croazia e più recen­te­mente in Kosovo.

Tuttavia,oggi, a distanza di quasi un quarto di secolo, possiamo consta­tare che la suddetta sper­anza dei diri­genti dei regimi comu­nista di Belgrado e Lubiana non era del tutto priva di fonda­mento, e vale quindi la pena esami­nare più da vicino le basi su cui si fondava. Uno sguardo più attento oggi mostra che c’è una diffe­renza tra Lubiana e Mosca, da un lato, e le capi­tali di altri paesi ex comu­nisti in Europa, dall’altro.

In primo luogo, le sper­anze dei buro­crati comu­nisti di Lubiana e Belgrado erano basate sulla convin­zione della loro stra­or­di­na­rietà. La dott­rina comu­nista dell’­epoca a Lubiana e Belgrado era domi­nata dalla tesi che le rivo­lu­zioni comu­niste erano auten­tiche in Unione Sovie­tica e RSFJ, e che altrove il comu­nismo era stato portato dai soldati dell’Ar­mata Rossa sulle loro baio­nette. Nono­stante Gorba­ciov e la pere­stroika in Unione Sovie­tica, i comu­nisti jugo­s­lavi si aggrap­parono ferma­mente a questa tesi. Essa è stata inclusa nel piano del quar­tier gene­rale dell’EPJ chia­mato Okop (la Trincea), sulla base del quale nel 1991 l’EPJ ha effet­tuato un inter­vento armato in Slovenia e poi in Croazia. Questa tesi è stata anche pubbli­cata molto sincer­a­mente  da uno dei fond­a­tori dell’ap­pa­rato repres­sivo comu­nista jugo­s­lavo dopo la morte del ditta­tore jugo­s­lavo Josip Broz Tito, il suo ex braccio destro e segre­tario del Polit­buro del KPJ (Partito Comu­nista di Jugo­s­lavia) e segre­tario degli affari interni, Stane Dolanc. Dolanc, amico perso­nale del princi­pale poli­tico comu­nista sloveno Milan Kučan, nel 1990, quando Kučan ha lasciato la posi­zione di presi­dente del Comi­tato Centrale del Partito comu­nista di Slovenia al suo succes­sore e si è candi­dato alle elezioni per il presi­dente della Slovenia, ha scritto nel suo opus­colo di propa­ganda pre-elettorale

„Siamo fortu­nati – e Milan Kučan è stato in grado, spero almeno, di appro­fit­tarne in tempo – che abbiamo avuto una rivo­lu­zione indi­gena, non portata sulle baio­nette sovie­tiche. Ecco perché da noi è comple­ta­mente diverso che in Polonia, Cecoslo­vac­chia, Bulgaria, Romania o Germania dell’Est“. (Stane Dolanc, segre­tario federale degli interni della RSFJ, nel libro Milan Kučan/ Igor Savič; Lubiana: Emonica, 1990, Emonica Portraits Collec­tion) All’i­nizio della sua carriera poli­tica, Stane Dolanc fu anche il fond­a­tore e diret­tore della scuola poli­tica per giorna­listi di Lubiana (ora FDV), che è ancora in funzione e che continua ad educare gene­ra­zioni di giorna­listi senza una distanza critica dal comu­nismo totalitario.

I princi­pali comu­nisti sloveni ed i gene­rali dell’EPJ erano convinti che il socia­lismo come regime mono­par­ti­tico, forse in una forma legger­mente moder­niz­zata e sotto il nome di „socia­lismo demo­cra­tico“, sarebbe soprav­vis­suto in Jugo­s­lavia, o almeno in Slovenia e Serbia ed in Unione Sovie­tica. La loro convin­zione si è basata sulla cono­s­cenza delle  purghe minu­ziose della popola­zione dopo la vittoria delle rivo­lu­zioni comu­niste in entrambi i paesi. Le purghe che furono eseguite in Slovenia dopo il 1945 per elimi­nare fisi­ca­mente ogni traccia di compe­ti­zione poli­tica, con omicidi di massa, torture, impri­gio­na­menti ed espul­sioni dal paese, furono accu­rate almeno quanto quelle che ebbero luogo durante il peggiore terrore di Stalin nell’US.

Le conse­guenze a lungo termine della guerra frat­ri­cida della metà del XX secolo

La fatale spac­ca­tura nella nazione causata dalla guerra frat­ri­cida è stata almeno tempora­nea­mente superata al momento dell’in­di­pen­denza, grazie alla poli­tica di unifi­ca­zione di Demos e all’e­norme pazi­enza e spirito costrut­tivo di persone come il dottor Jože Pučnik. Tuttavia, ciò che mancava alla guari­gione perma­nente rius­cita di questa ferita storica era la volontà sincera dei princi­pali comu­nisti, che, con l’aiuto dell’oc­cup­a­zione stra­niera, avevano causato questa spac­ca­tura. Il processo di ricon­ci­lia­zione, inizi­alm­ente promet­tente, si è tras­for­mato nel suo opposto ed ha raggi­unto la sua fine infame al termine di aprile 2013 a Stožice, dove l’in­tera leadership statale slovena in piedi nella sala, simbolo del capi­ta­lismo gros­so­lano clien­telare, ha cantato l’In­ter­na­zio­nale comunista.

Dopo i cambia­menti demo­cra­tici in Slovenia nel 1990, in un’area di più di 20.000 km², abitata da 2 milioni di persone, sono state scoperte più di 600 fosse comuni, molte delle quali più grandi di quella di Srebre­nica. L’ul­tima grande fossa comune è stata scoperta nel 2008 nella miniera abban­do­nata di Huda jama, a 40 km da Lubiana. Nei pozzi abban­do­nati delle miniere giac­ciono migliaia di cada­veri semide­com­posti e sche­letri maschili e femmi­nili non seppe­l­liti, preva­le­mente senza ferite d’arma da fuoco. Nel 1945 i comu­nisti hanno sempli­ce­mente trasci­nato le loro vittime vive nei pozzi di miniera abban­do­nati, e poi murato e cemen­tato le entrate. Gli oppo­si­tori reali o poten­ziali del regime comu­nista che non furono uccisi immedia­ta­mente dopo la fine della guerra e la rivo­lu­zione comu­nista,  fuggi­rono all’es­tero o finirono nei campi di concen­tra­mento e nelle prigioni comuniste.

Il numero dei prigio­nieri poli­tici in Slovenia è salito a più migliaia. Durante gli anni del regime comu­nista, furono orga­niz­zati processi insce­nati in cui molte persone comple­ta­mente inno­centi furono cond­an­nate a morte o a lunghe pene detentive. Poiché le purghe e i massacri erano eseguiti da comu­nisti locali, di solito nel proprio quar­tiere, erano più accu­rati di quelli eseguiti dai soldati sovie­tici o dal KGB nei paesi del succes­sivo Patto di Varsavia. Allo stesso tempo, molte persone della parte comu­nista avevano le mani insan­gui­nate. Temendo la rive­la­zione di crimini e responsa­bi­lità, nelle purghe furono coin­volte intere fami­glie. Non solo la paura, causata da queste azioni, ma anche la distru­zione fisica dell’­op­po­si­zione poli­tica ha permesso il lungo regno del ditta­tore Tito e dei suoi succes­sori. Questi succes­sori, quindi, nel 1989 conta­vano al fatto che qual­siasi base per una forte oppo­si­zione era stata distrutta nel corso dei decenni.

Calco­la­vano che avreb­bero potuto mante­nere il potere anche in caso di elezioni formalm­ente libere. Conta­vano che migliaia dei loro membri con le mani insan­gui­nate avreb­bero fatto di tutto per impe­dire un cambia­mento di potere, e di conse­guenza una chia­ri­fi­ca­zione del passato. Lanci­a­rono una grande offen­siva propa­gan­distica, sosten­endo che tutte le decine di migliaia di persone, comprese le donne e i bambini che furono uccisi, erano colla­bo­ra­tori del nazismo e del fascismo. Anche prima dei cambia­menti formali, hanno iniziato a priva­tiz­zare i media nazio­nali e locali. Hanno mantenuto un’in­flu­enza quasi totale su di essi fino ad oggi. Chiunque sollev­asse pubbli­ca­mente la ques­tione delle purghe comu­niste e dei massacri veniva immedia­ta­mente bollato in questi media come simpa­tiz­zante del colla­bo­ra­zio­nismo e del nazismo.

Gli eventi intro­dut­tivi più fati­dici per l’Eu­ropa di quella prima­vera ed estate del 1989, che hanno annun­ciato la fine della guerra fredda e la caduta del muro di Berlino, gli ho moni­to­rato dalle prigioni di Dob e Ig. La vittoria di Soli­dar­ność nelle elezioni libere ma comunque ancora limi­tate della Polonia, il tumul­tuoso Congresso dei depu­tati del popolo a Mosca, le storiche visite gli incontri di Gorba­ciov con i rappre­sen­tanti occidentali.


La situa­zione qui descritta spiega, in modo pecu­liare, la tesi spesso ripe­tuta negli anni ’90 che „il muro di Berlino è caduto da entrambe le parti“. L’au­tore di questa tesi è Milan Kučan, ex presi­dente del Comi­tato Centrale dell’­U­nione dei Comu­nisti di Slovenia e della Repub­blica di Slovenia (nella foto durante una conver­sa­zione con Sonja Lokar al Congresso dell’­U­nione dei Comu­nisti di Jugo­s­lavia a Belgrado nel gennaio 1990).

Tutto ciò solleva la ques­tione se, due decenni e mezzo dopo il processo dei quattro – JBTZ a Lubiana, dopo la caduta del muro di Berlino in Europa, dopo l’in­te­gra­zione della maggior parte dei paesi ex comu­nisti dell’­Eu­ropa orien­tale e centrale nell’UE e nella NATO, sia finalm­ente giunto il momento per una valu­t­azione appro­fon­dita di questa tran­si­zione, per un’a­na­lisi compa­ra­tiva dei processi nei paesi singoli, e per un esame su quali lezioni per il futuro siano impa­rate dai successi e dai falli­menti di questo viaggio.

Abbiamo forse tras­cu­rato qual­cosa di fronte ai grandi cambia­menti? Abbiamo esami­nato a suffi­ci­enza le cause che hanno reso possi­bile Srebre­nica? Ci siamo chiesti, a casa e più ampia­mente nell’UE, come sia possi­bile che Milo­sević, Mladić ed altri ex leader comu­nisti jugo­s­lavi senza scru­poli abbiano ordi­nato la distru­zione fisica di migliaia di persone secondo esat­ta­mente gli stessi schemi come i loro modelli di ruolo dal 1945? Come è possi­bile che l’ideo­logia del crimine e la cultura della morte siano soprav­vis­sute a tal punto da causare ancora una volta la morte di decine di migliaia di persone nel mezzo del conti­nente europeo?

Per tutti noi che viviamo in Slovenia sono chiare le risposte. Josip Broz Tito, il tito­lare del governo comu­nista del terrore e l’or­ga­niz­za­tore diretto dei massacri di decine di migliaia di persone senza processo dopo la fine della guerra e della rivo­lu­zione in Jugo­s­lavia, è ancora rela­tiva­mente rispet­tato e stimato in tutta l’Eu­ropa del SE. Anche se i suoi crimini sono ben noti, vengono ancora giusti­fi­cati. Non è possi­bile cond­annare il crimine, ma allo stesso tempo idolat­rare i crimi­nali, eppure questo sta acca­dendo sotto i nostri occhi. A Mosca si trovano di fronte a un problema simile, poiché non è possi­bile cond­annare i crimini commessi da Stalin e Lenin, e allo stesso tempo idolat­rarli entrambi come grandi leader e rima­nere comunque credi­bili. La denazi­fi­ca­zione della Germania ha posto le basi per gli inizi dell’UE. La deco­mu­niz­za­zione dell’Est ci sta ancora aspet­t­ando, ed entrambi i centri della cosid­detta auten­tica rivo­lu­zione comu­nista sono parti­cola­rmente proble­ma­tici. Le gene­ra­zioni che vivono oggi in Russia non hanno alcuna cono­s­cenza reale dei tempi prima della rivo­lu­zione comu­nista, poiché nelle purghe di Lenin e Stalin tutta l’in­tel­li­genza non comu­nista fu fisi­ca­mente distrutta o espulsa, e poi nelle purghe fu elimi­nata gran parte dei comu­nisti dotti. Lo stesso è successo in Slovenia: a causa delle minu­ziose purghe comu­niste in Slovenia, solo una piccola parte dell’ex intel­li­genza borghese è soprav­vis­suta. Per molto tempo dopo la rivo­lu­zione, ai figli di fami­glie non comu­niste, anche se soprav­vis­suti alle purghe, non fu permesso di pren­dere alcuna posi­zione importante nell’e­co­nomia nazio­na­liz­zata o nelle isti­tu­zioni, nono­stante il loro intel­letto e le appa­renti capa­cità. Per essere impie­gati in un lavoro di decente import­anza, era richiesta la loro iscri­zione al partito comu­nista o all’­u­nione dei comunisti.

Le conse­guenze di una tale situa­zione in Slovenia sono molto evidenti ancora oggi. Cito qui in seguito alcune delle più importanti.

Nei giorni di prima­vera del 2009, quando il sito della fossa comune di Huda Jama è stato aperto e le tele­ca­mere della TV nazio­nale hanno mostrato tutto l’or­rore delle conse­guenze del crimine comu­nista, il presi­dente dell’or­ga­niz­za­zione dei vete­rani comu­nisti, Janez Stanovnik, che è stato a lungo tempo diplo­ma­tico nella RSFJ all’ONU, ha dichiarato che i massacri dopo la fine della guerra sono stati eseguiti per ordine del mare­sciallo Tito. Come risul­tato di questa dichiara­zione, è stata fatta una richiesta di rimo­zione di tutti, gli ancora nume­rosi, monu­menti e i nomi dell’ex ditta­tore jugo­s­lavo dalle città e dalle piazze slovene. I partiti dell’at­tuale coali­zione di governo di sinistra si sono forte­mente opposti a questa richiesta. L’or­ga­niz­za­zione giova­nile dei social­de­mo­cra­tici, del princi­pale partito di governo (succes­sore dell’ex partito comu­nista) allora guidato dal primo mini­stro Borut Pahor, ha rila­sciato un comu­ni­cato stampa sosten­endo che il tempo della rivo­lu­zione comu­nista, in cui sono avve­nuti questi crimini di massa, era un tempo di progresso per la Jugo­s­lavia di allora.

Poi l’al­lora presi­dente della Repub­blica, Danilo Türk, eletto con l’ap­poggio dei partiti di sinistra post-comu­nisti, quando gli è stato chiesto alla TV nazio­nale di commen­tare la scoperta del sito della fossa comune di Huda Jama con più di migliaia corpi non sepolti, ha detto che si tratta di una ques­tione secon­daria che non l’av­rebbe commentata.

I partiti di sinistra a Lubiana, la capi­tale della Slovenia, guidata dal sindaco Zoran Janković, un amico intimo dell’ex presi­dente dei comu­nisti sloveni e poi presi­dente della Repub­blica di Slovenia Milan Kučan, con un voto a maggior­anza nel Consiglio Comu­nale hanno deciso di dedi­care una delle strade d’en­trata a Lubiana all’ex ditta­tore Tito. Una strada con questo nome che è già esis­tita a Lubiana fino alle libere elezioni del 1990, dopo­dichè è stata rino­mi­nata. Ma dopo 20 anni i neoco­mu­nisti sloveni hanno ottenuto il suo ritorno, e solo una succes­siva decisione della Corte costi­tu­zio­nale ha cancel­lato dalla Slovenia questa macchia vergognosa.

Nello stesso momento in cui i post-comu­nisti di Lubiana deci­de­vano di inti­to­lare una strada all’ex ditta­tore Tito, il Parla­mento europeo ha adot­tato la Riso­lu­zione sulla Cosci­enza e il tota­li­ta­rismo europei, cond­ann­ando tutti i regimi tota­li­tari, rendendo omaggio alle loro vittime e propo­nendo che gli Stati membri cele­brino il 23 agosto come giorno di comme­mo­ra­zione delle vittime di tutti i tota­li­ta­rismi in Europa. In Slovenia, la Riso­lu­zione ha incont­rato una grande resis­tenza da parte delle forze post-comu­niste al potere. Il governo ha dichiarato che non segnerà il 23 agosto con nulla. Una piccola ceri­monia di comme­mo­ra­zione è stata orga­niz­zata il 23 agosto 2009 dal Centro per la Ricon­ci­lia­zione Nazio­nale, che era stato isti­tuito alcuni anni prima, ma nessuno del governo o della coali­zione gover­nante d’al­lora ha parte­ci­pato all’evento.

Ques­t’anno, l’As­sem­blea parla­men­tare del Consiglio d’Eu­ropa ha adot­tato una riso­lu­zione simile a quella del PE. Uno dei promo­tori dell’a­do­zione di questa riso­lu­zione è stato anche un membro della minoranza italiana nel Parla­mento sloveno, Roberto Battelli. L’ado­zione della riso­lu­zione, votata a favore da una larga maggior­anza dei membri dell’As­sem­blea parla­men­tare del Consiglio, è stata seguita da alcune proteste non troppo forti da Mosca, che non era d’ac­cordo con l’uguagli­anza di trat­ta­mento di tutti i tota­li­ta­rismi, in questo caso il nazismo e il comu­nismo. A casa, Battelli, membro sloveno dell’As­sem­blea parla­men­tare del Consiglio, è stato sotto­posto a dure pres­sioni e attacchi media­tici, e persino a richieste di dimis­sioni. E il Minis­tero degli Affari Esteri della Repub­blica di Slovenia ha rila­sciato una dichiara­zione uffi­ciale nella quale si è distan­ziata dalle sue azioni.


Stane Dolanc all’i­nizio del 1990 (nella foto nel 1986 al Congresso del Partito Comu­nista della Slovenia): „Noi abbiamo fortuna – e Milan Kučan ha saputo, almeno spero, appro­fit­tarne in tempo – che nel nostro paese c’è stata una rivo­lu­zione auto­c­tona, non portata sulle baio­nette sovie­tiche. Ecco perché da noi è comple­ta­mente diverso che in Polonia, Cecoslo­vac­chia, Bulgaria, Romania o Germania dell’Est“.

Quando alla fine del 2008 la coali­zione di sinistra post-comu­nista è salita al potere, il mini­stro delle Finanze, Franci Križanič del partito social­de­mo­cra­tico ha assunto come consi­gliere nel suo gabi­netto un ex agente della Polizia segreta comu­nista (SDV), Drago Isajl­ović, che ha perso­nalm­ente arre­stato David Tasić e me nel 1988, ed era quindi noto come la perso­ni­fi­ca­zione della repres­sione comu­nista, che con tutti i mezzi perse­guitava i dissi­denti. Isajl­ović non posse­deva un’e­du­ca­zione ne un’e­s­pe­ri­enza adeguata nel campo della finanza, ma il mini­stro che l’ha assunto ha sempli­ce­mente dichiarato che sono amici di vecchia data.

La Slovenia è l’unico Stato membro dell’UE post-comu­nista in cui, dalla caduta del muro di Berlino e dai cambia­menti demo­cra­tici dei primi anni ’90, non è stata effet­tuata nemmeno la forma più blanda di lustra­zione e in cui gli archivi dell’ex Polizia poli­tica non sono acces­si­bili al pubblico. I partiti post-comu­nisti osti­na­ta­mente impe­di­vano tutti i tenta­tivi, anche votando  nel 1997 all’un­ani­mità nell’As­sem­blea Nazio­nale della Repub­blica di Slovenia contro l’ap­pro­va­zione della riso­lu­zione 1096 del Consiglio d’Eu­ropa sullo sman­tel­la­mento degli ex regimi tota­li­tari comu­nisti. Così, oggi in Slovenia, ex dipen­denti e colla­bo­ra­tori della Polizia segreta comu­nista, che hanno commesso drastiche viola­zioni dei diritti umani sotto il prece­dente regime, occupano ancora alte posi­zioni nella magis­tra­tura, nella procura, nella diplo­mazia, nell’e­co­nomia, nell’am­mi­nis­tra­zione, nelle reda­zioni dei media e persino nei servizi segreti. L’ul­timo presi­dente del partito comu­nista dei giorni prece­denti le libere elezioni è diven­tato addi­rit­tura un giudice costi­tu­zio­nale, e il suo succes­sore è stato per lungo tempo presi­dente del consiglio di programmi della TV nazio­nale, e oggi è presi­dente del Comi­tato Olim­pico Sloveno.

„Vedo Jože Pučnik che spiega alla diri­genza del Demos, poco prima della prova finale, che siamo obbli­gati dalla decisione del plebi­s­cito e che dovremo resis­tere a tutti i costi“ (nella foto, la diri­genza del Demos che fest­eggia il successo del plebi­s­cito sull’in­di­pen­denza della Repub­blica di Slovenia nella chiesa di San Giacomo sopra Medvode, il 26 dicembre 1990).

È stato solo nel tempo della crisi che l’Eu­ropa è comin­ciata ad inter­essarsi vera­mente a quello che stava succe­dendo in Slovenia

La situa­zione sopra descritta spiega, a modo suo, la tesi spesso ripe­tuta negli anni ’90 che „il muro di Berlino è caduto da entrambe le parti“. L’au­tore di questa tesi, l’ex presi­dente del Partito Comu­nista della Slovenia e della Repub­blica di Slovenia, Milan Kučan, l’ha usata per giusti­fi­care la sua difesa del regime tota­li­tario e la sua oppo­si­zione a qual­siasi cambia­mento che potrebbe defi­ni­tiv­a­mente sman­tel­lare  l’er­edità del comu­nismo in Slovenia, su cui si basa il potere dei post-comu­nisti. Questi sono i tre pilastri – l’ideo­logia, la propa­ganda e il potere finan­ziario. Para­dos­salm­ente, i succes­sori e i difen­sori del regime comu­nista sono oggi preva­len­te­mente la classe più ricca della Slovenia. Dopo il suo terzo mandato come presi­dente della Repub­blica di Slovenia, Milan Kučan ha fondato Forum 21, che, con poche ecce­zioni, ha riunito persone che sono diven­tate estre­ma­mente ricche nell’ul­timo decennio e che ora possie­dono alcune delle più grandi aziende slovene. Quando alcuni hanno fatto notare la discre­panza tra l’ori­en­ta­mento poli­tico di sinistra di Forum 21 e i suoi membri estre­ma­mente ricchi, ed hanno chiesto al presi­dente Kučan dove fossero rimasti gli operai e i prole­tari, ha risposto cini­ca­mente: „I prole­tari sono dove sono sempre stati. Nei loro posti di lavoro“.

La Slovenia, attra­verso le azioni dei governi di sinistra e dei mono­poli rossi, ha abilm­ente contrab­ban­dato questa situa­zione anche nella NATO e nell’UE. Solo in Romania gli osser­va­tori esterni hanno potuto vedere qual­cosa di simile. Oggi, quando la Slovenia è quoti­di­a­na­mente criti­cata dalle isti­tu­zioni europee a causa della possi­bi­lità di falli­mento e della minaccia alla stabi­lità della moneta comune europea, sempre più attori europei si chie­dono cosa sia successo al nostro paese. Cosa c’è di fonda­men­talm­ente sbagliato in noi che ci siamo  così persi?

L’Eu­ropa può rima­nere solo come Europa dei valori. Le isti­tu­zioni sono import­anti, così come il progresso su tutta la linea. Tuttavia, senza rafforzare la base di valori, la fonda­zione europea sarà in peri­colo molto più che senza un nuovo trat­tato isti­tu­zio­nale. Questo fatto non deve mai essere perso di vista e, soprat­tutto prima che i paesi dei Balcani occi­den­tali entrino nell’UE, l’UE deve essere in grado di esigere che i nuovi membri facciano sempre chia­rezza sul passato. Sia con i loro nazio­na­lismi estremi che con il loro atteg­gia­mento ambi­va­lente verso il crimine, cioè la loro appro­va­zione dell’uso dei metodi comu­nisti per distru­zione fisica del nemico. I paesi dei Balcani occi­den­tali, che sono in attesa di entrare nell’UE, dovreb­bero, oltre alla ricon­ci­lia­zione sulla scia degli scontri pre-Dayton, fare i conti con il passato che ha portato agli scontri e con l’ideo­logia secondo la quale il fine giusti­fica i mezzi.

Non basta vedere Milo­sević e Mladić sola­mente come nazio­na­listi estremi. Manca qual­cosa che potrebbe spie­gare piena­mente i crimini incredi­bilm­ente brutali in Bosnia-Erze­go­vina, Croazia e Kosovo. È la fusione evidente del nazio­na­lismo e dell’ideo­logia comu­nista. È il prodotto estremo delle acca­demie comu­niste e mili­tari jugo­s­lave, che inseg­na­vano che lo scopo fonda­men­tale della lotta di classe era la distru­zione fisica del nemico. Questa fusione produsse il nazio­nal­so­cia­lismo alla fine del XX secolo, in circo­s­tanze diverse, ma con le stesse conse­guenze crimi­nali della prima metà del secolo prece­dente. In un momento in cui crede­vamo che una cosa del genere non fosse più possi­bile. Questo è proba­bilm­ente il motivo per cui la base ideo­lo­gica dei guai dei Balcani è rimasta un po‘ sullo sfondo della ricerca. Ed è anche il perché i potenti resti del comu­nismo nell’area dell’­Eu­ropa sud-orien­tale sono stati molto attenti a non lasciare che l’Oc­ci­dente non comin­ci­asse a studiare le cause più profonde di Srebre­nica, e della tragedia balca­nica in generale.

Allo stesso tempo, ciò che stava acca­dendo nei Balcani occi­den­tali sembrava essere qual­cosa di minore, un dramma sul palco late­rale, che non avrebbe avuto un impatto decisivo sulla stagione teatrale. La caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda hanno anche segnato l’inizio della globa­liz­za­zione, l’as­cesa delle nuove tecno­logie dell’­in­for­ma­zione e della comu­ni­ca­zione e l’estre­mismo reli­gioso. Ques­t’ul­timo è addi­rit­tura un passo avanti alle ideo­logie distrut­tive del XX secolo. Per il fascismo, il nazio­nal­so­cia­lismo e il comu­nismo, la fine giusti­fica i mezzi ed il crimine è un mezzo legit­timo per raggi­ungerla. Nel caso dell’estre­mismo reli­gioso, a tutto questo è aggi­unta anche una volontà fana­tica di sacri­fi­care realm­ente la propria vita per raggi­ungere un obiet­tivo. Questo a prima vista lo fa sembrare più peri­co­loso, ma in realtà non lo è. Non sembra proba­bile che sia possi­bile in questo modo causare così tante vittime e distru­zione della civiltà che, per esempio, il comu­nismo ha inflitto nella Unione Sovie­tica o nella RSFJ, o il nazio­nal­so­cia­lismo in alcune parti d’Eu­ropa. In effetti, l’ideo­logia comu­nista utiliz­zata durante e dopo la rivo­lu­zione comu­nista in Jugo­s­lavia, o a Srebre­nica una decina di anni fa, ha mobi­li­tato gli esecu­tori dei crimini sulla base della loro convin­zione che il male inflitto agli altri avrebbe giovato a loro stessi e alla loro razza diret­tamente, e immedia­ta­mente, non solo nell’altro mondo.

La storia ha dimostrato che è molto più facile conquis­tare le masse per i bene­fici diretti che per i sacri­fici perso­nali diretti. Questa è l’es­senza più profonda del peri­colo della rina­scita delle ideo­logie tota­li­tarie, di cui il comu­nismo nei Balcani ha sempre a dispo­si­zione un facile incrocio con il nazio­na­lismo estremo. Così viene alla pulizia etnica e a Srebre­nica. Così otte­niamo il contenuto del discorso fatto dal segre­tario gene­rale della Feder­a­zione delle asso­cia­zioni dei combat­tenti slovena a Tisje, dove ha nuova­mente minac­ciato con le uccisioni di massa.

Il libro I Movi­menti ha in qualche misura impe­dito la falsi­fi­ca­zione della storia recente

Il libro I Movi­menti, pubbli­cato nella prima­vera del 1992, insieme a opere simili di altri attori dell’in­di­pen­denza slovena, ha impe­dito, almeno in parte, la falsi­fi­ca­zione della storia recente e la realiz­za­zione finale della tesi di Kučan sulle „diverse verità“. Questa affer­ma­zione, a prima vista piut­tosto cate­go­rica, può essere confer­mata con rela­tiva facilità.


Dal plebi­s­cito del dicembre 1990, il partito delle forze post-comu­niste  costan­te­mente  propo­neva  l’in­di­pen­denza  come la causa gene­rale di tutti i possi­bili problemi (nella foto: l’in­stal­la­zione del segno del nuovo stato europeo indi­pen­dente della Repub­blica di Slovenia alla fine del giugno 1991).

Nel giugno 1992, il libro I Movi­menti era già stato pubbli­cato in una prima tira­tura record di 30.000 copie, 17.000 delle quali erano già state vendute in preor­dine. Succes­siva­mente, quasi 40.000 altre copie sono state vendute in ristampe in sloveno, inglese, tedesco e croato. Dopo qualche anno, il libro era comple­ta­mente esau­rito. Il libro ha causato una vera e propria tempesta media­tica e poli­tica. Alcuni l’hanno attac­cato ancora prima della sua pubbli­ca­zione, poiché il mano­scritto è stato rubato dalla tipo­grafia e inviato ai critici di turno.

Da un lato, il libro ha incont­rato un inaspet­tato alto livello di inter­esse da parte dei lettori e un’ap­pro­va­zione di massa. Ho rice­vuto centi­naia di lettere di lodi e ringra­zia­menti. Nei media pubblici, tuttavia, la risposta è stata mista. Quei media che erano ancora o di nuovo comple­ta­mente controllati dalla sinistra di tran­si­zione, pubbli­ca­vano le risposte dei poli­tici che si oppo­ne­vano all’in­di­pen­denza, quindi era logico che si oppo­nes­sero anche alla descri­zione dell’in­di­pen­denza. Hanno persino trovato i gene­rali scon­fitti e gli uffi­ciali dell’EPJ per chie­dergli la loro opinione sul mio libro. Il Dnevnik di Lubiana, il giornale che durante l’ag­gres­sione dell’EPJ ha attac­cato il governo sloveno, era in testa a questi media. Altri giornali o media, più amanti della verità (ce n’erano, ammet­ti­amolo, di più di oggi) pubbli­ca­rono risposte diverse.


Il libro I Movi­menti, pubbli­cato nella prima­vera del 1992 (nella foto, già la terza edizione, aggior­nata), insieme ad opere simili di altri attori dell’in­di­pen­denza slovena, ha impe­dito, almeno in parte, la falsi­fi­ca­zione della storia recente e la realiz­za­zione finale della tesi di Kučan sulle „diverse verità“.

I docu­menti del libro parla­vano da soli e non potevano essere così facilm­ente respinti. Perciò hanno usato il trucco della pres­unta inde­cenza, dicendo che tali docu­menti non dove­vano essere pubbli­cati, che non era bello, ecc. Hanno anche inven­tato il cosid­detto affare delle inter­cet­t­a­zioni, dicendo che il Servizio di Infor­ma­zioni e Sicu­rezza dell’­epoca aveva inter­cet­tato membri della Presi­denza della RS, registrando così una conver­sa­zione tradit­rice in cui Ciril Zlobec ha rive­lato un segreto di stato sulla data esatta e sulle misure concrete dell’in­di­pen­denza. Questo certa­mente non era la verità, perché tutta la Slovenia sapeva che il VIS stava inter­cet­t­ando l’EPJ e i servizi stra­nieri, e se Zlobec non li avesse chia­mati lui stesso, non sareb­bero stati in grado di catturarlo.

Come ai vecchi tempi del partito, il libro I Movi­menti è stato discusso nella presi­denza della RS, negli organi del succes­sore del PCS, il Partito Socia­lista, e della LS, il prede­ces­sore della LDS. Sono stati emessi dichiara­zioni e comu­ni­cati stampa nei quali hanno cond­an­nato il libro. La carat­te­ris­tica comune di questi comu­ni­cati, tuttavia, era che nessuno di essi conteneva una sola frase del libro che non fosse vera. Solo accuse gene­rali e l’att­eg­gia­mento da Cali­mero da parte di coloro che erano aper­ta­mente contro le misure per assi­curare l’in­di­pen­denza slovena con forza reale e quindi contro la stessa indi­pen­denza slovena, o che non sape­vano da che parte mettersi.

L’ipocrisia di alcuni degli attori menzio­nati nella prima edizione de I Movi­menti hanno portato alla pubbli­ca­zione della seconda edizione, nella quale sono stati aggiunti alcuni nuovi docu­menti con prove dirette della loro cond­otta e una prefa­zione con spie­ga­zione, seguita poco dopo la prima edizione, dato che le prime 30.000 copie erano già vendute.

Le cala­mi­tose reazioni poli­tiche al libro I Movi­menti ha rive­lato un’altra verità, fino ad allora rigo­ro­sa­mente sopp­ressa e nascosta. L’in­di­pen­denza slovena, e soprat­tutto il suo finale, la guerra per la Slovenia, ha unito gli Sloveni e allo stesso tempo ha creato una grande crepa nel corpo appa­ren­te­mente molto omogeneo della sinistra post-comu­nista slovena. Nel pren­dere le decisioni e le misure necessarie per l’in­di­pen­denza, la leadership dei loro partiti in parti­co­lare ha esitato e calco­lato, e questo l’ho ha nascosto non solo al pubblico, ma anche ai loro membri. In effetti, gran parte dei loro membri ha sostenuto l’in­di­pen­denza, molti di loro, grazie alla poli­tica inclu­siva di Demos, hanno persino assunto ruoli import­anti nelle strut­ture di difesa. I membri non erano a cono­s­cenza del contenuto dei colloqui segreti con Marković sul rove­scia­mento del governo Demos, di cui il suo porta­voce scrive nelle sue memorie, né delle macchi­na­zioni contro il rico­no­sci­mento inter­na­zio­nale della Slovenia, di cui racconta, senza peli sulla lingua Piero Fassino, l’al­lora segre­tario inter­na­zio­nale dei socia­listi italiani. Anche il tradi­mento di Ciril Zlobec, impli­ci­tamente menzio­nato nei Movi­menti, ha scioc­cato molti dei loro sostenitori.

La rabbia e lo zolfo media­tico diretto a I Movi­menti e al suo autore da parte dei diri­genti della LDS e più tardi della Lista Unita e della Presi­denza della Repub­blica aveva soprat­tutto lo scopo di convin­cere i loro membri e soste­ni­tori che i poli­tici di sinistra di spicco non avevano ostaco­lato l’in­di­pen­denza. Perchè il libro è stato pubbli­cato nel primo anni­ver­s­ario della proclama­zione della statua­lità slovena, subito dopo l’am­mis­sione della Slovenia all’ONU, in un momento in cui anche ai più grandi jugo­no­st­al­gici era chiaro  che la Jugo­s­lavia non esiste più e che la Slovenia nono­stante tutto è una realtà. E come sempre in questi casi, dopo la batta­glia, c’erano tutti i gene­rali e tutti hanno comin­ciato a sostenere che avevano creduto in questo obiet­tivo fin dall’inizio.

Con i miei colleghi con cura racco­glie­vamo le reazioni al libro, ma non è stato possi­bile leggerle tutte. Solo dopo due decenni ho comple­ta­mente esami­nato il contenuto di cinque registri spessi, conte­nenti gli origi­nali o le copie di arti­coli e scritti su I Movi­menti. Nono­stante l’esame detta­gliato di centi­naia di scritti, non ho trovato da nessuna parte almeno una seria contro­versia con contro­ar­go­men­ta­zioni, e neanche una sola tesi o docu­mento del libro è stato dimostrato come falso.

Ma più il libro I Movi­menti veniva attac­cato, più il libro veniva letto. Ben presto, a causa del suo valore docu­men­tario, è diven­tato una fonte per storici e pubbli­cisti nazio­nali e stra­nieri che scri­ve­vano sulla disin­te­gra­zione della Jugo­s­lavia e sull’in­di­pen­denza della Slovenia.  Quando il libro è stato ristam­pato in altre lingue, l’ho presen­tato anche in diverse capi­tali europee, eppoi in molti giornali europei sono state pubbli­cate recen­sioni sul libro. Recen­te­mente  a Belgrado è stato pubbli­cato un libro di due storici serbi inti­to­lato: La guerra in Slovenia (I docu­menti della Presi­denza della RSFJ), e anche in questo libro, I Movi­menti è citato come una delle fonti importanti.

L’in­di­pen­denza e la guerra per la Slovenia ci hanno messo sulla mappa del mondo

I Movi­menti affrontano abbast­anza este­sa­mente la prepa­ra­zione e l’at­tua­zione della difesa della Slovenia, anche se l’ar­go­mento del libro è molto più ampio. Il libro pubblica anche l’in­tero piano fonda­men­tale per assi­curare l’in­di­pen­denza della Slovenia, opera mia, che è stato appro­vato dalle auto­rità compe­tenti nel maggio 1991 come le linee guida uffi­ciali per la prepa­ra­zione e l’at­tua­zione della difesa, e reso opera­tivo dalla DT e dalla Polizia slovena attra­verso una serie di docu­menti di attua­zione. Dopo la guerra, ho tenuto lezioni su questo piano e sulla prepa­ra­zione della difesa della Slovenia in acca­demie mili­tari, isti­tuti inter­na­zio­nali e univer­sità a Vienna, Washington, Londra, Parigi, Roma, Berlino, Praga, Zagabria e forse altrove, ma dopo la mia rimo­zione dal minis­tero della difesa nel marzo 1994, curio­sa­mente, mai in scuole o corsi mili­tari sloveni. Da lì gli inviti non arri­va­rono mai. Il mono­polio rosso era troppo forte.

La note­vole impresa della Slovenia, la sua difesa comple­ta­mente non clas­sica e le sue forze armate improv­vi­sate – prima sotto forma di MSNZ (Strut­tura di Manovra di Prote­zione Nazio­nale), poi sotto forma di DT e Polizia – atti­ra­rono l’at­ten­zione di molti esperti e isti­tuti mili­tari e di difesa. „Come ci siete rius­citi?“ era la domanda più frequente. „Come è stato possi­bile che poco più di 20.000 membri della DT e della Polizia, armati con armi leggere, abbiano fermato un eser­cito dieci volte più grande, che aveva sola­mente nel terri­torio sloveno o nelle sue immediate vici­nanze oltre 500 carri armati e altri veicoli blin­dati, diverse centi­naia di aerei da combat­ti­mento ed elicot­teri, e tutto il restante equi­paggia­mento del clas­sico, pesan­te­mente armato eser­cito?“ La maggior parte delle risposte a queste domande e a quelle corre­late possono trovarsi nel libro I Movimenti.

Quando nel 2003 il Comi­tato per le Rela­zioni Estere del Senato degli Stati Uniti stava deci­dendo sul consenso del più grande e princi­pale membro dell’Al­le­anza Atlan­tica del Nord all’in­gresso della Slovenia in questa alle­anza di sicu­rezza, il presi­dente del Comi­tato NATO ha sotto­li­neato come il più grande vant­aggio del poten­ziale nuovo membro il fatto che si tratta di un paese che si era demo­cra­tiz­zato, aveva ottenuto l’in­di­pen­denza e si era difeso contro una potenza molto più grande da solo, e che questa espe­ri­enza farà un prezioso contri­buto alla sicu­rezza comune. Dato che nel suo discorso ha menzio­nato anche il mio nome, i media sloveni di questo non ne hanno ripor­tato quasi niente.


Non basta vedere Slobodan Milošević e Radko Mladić (nella foto con Radovan Kara­džić) solo come nazio­na­listi estremi. Manca qual­cosa che potrebbe spie­gare piena­mente i crimini incon­ci­bilm­ente brutali in Bosnia-Erze­go­vina, Croazia e Kosovo. Si tratta di una fusione evidente del nazio­na­lismo e dell’ideo­logia comunista.

La persis­tente mini­miz­za­zione dell’­im­port­anza dell’indipendenza

Questo approccio è sempre stato la regola piut­tosto che l’ec­ce­zione. Il mono­polio della propa­ganda rossa cerca di offus­care già da prima dell’in­di­pen­denza l’es­senza degli eventi e il doppio gioco di alcuni attori.

Molti eventi e dichiara­zioni sono stati sopp­ressi o distorti. Altri sono stati parti­cola­rmente eviden­ziati. La distor­sione della verità faceva parte della vita quoti­diana post-indi­pen­denza. Il precetto di base era: Tutto ciò che ha formato il sistema di valori della maggior­anza del popolo sloveno durante il periodo dell’in­di­pen­denza e della demo­cra­tiz­za­zione, durante la prima­vera slovena, deve essere rela­ti­viz­zato e infine nomi­nato con il suo opposto.

Dal plebi­s­cito del dicembre 1990, l’in­di­pen­denza è stata costan­te­mente presen­tata come la causa gene­rale di ogni sorta di problemi. Gli slogan erano ogni anno più diretti e eloquenti, finché nel 2012 abbiamo potuto vedere stri­scioni alle cosid­dette rivolte popolari con gli slogan „Ci hanno rubato per 20 anni“, o „In 20 anni hanno rubato le nostre imprese e il nostro paese“, o „Basta con 20 anni di un’é­lite poli­tica corrotta“.

È come se  nell’era pre-indi­pen­denza vive­s­simo in para­diso e come se la Slovenia non avesse un regime tota­li­tario in cui lo stato è stato rubato al popolo il 100%, certa­mente molto più di oggi, indi­pen­den­te­mente da tutti i problemi attuali.


Dopo cambia­menti demo­cra­tici in Slovenia nel 1990, in un terri­torio di poco più di 20.000 km², abitato da 2 milioni di persone sono state scoperte più di 600 fosse comuni, molte delle quali più grandi di quella di Srebre­nica (nella foto gli sche­letri delle persone uccise nella grotta Huda jama).

Si cerca di dipin­gere, dalla famosa lettera scritta da Kučan nella prima­vera del 1991 in poi, la resis­tenza al disarmo della Difesa Terri­to­riale e la difesa dello stato sloveno come traf­fico d’armi, e la crea­zione degli attri­buti statali della Slovenia come l’af­fare Izbri­sani (i Cancel­lati). Per questi due decenni la mani­po­la­zione è stata così intensa che le giovani gene­ra­zioni, cresciute in questo periodo, hanno potuto facilm­ente appren­dere il problema dei cosid­detti cancel­lati da tutti i possi­bili media pubblici, al contrario all’ap­p­ren­di­mento di tutte le misure che hanno reso possi­bile la crea­zione dello stato sloveno. Dieci anni dopo la sua crea­zione, le prime bandiere con la stella rossa appar­vero alle cele­bra­zioni della Gior­nata Nazio­nale. All’i­nizio, timi­da­mente, sapendo che rappre­sen­tano il simbolo di un eser­cito aggres­sore che era stato scon­fitto nella guerra per la Slovenia. Poi sempre più aggres­siva­mente, come se l’EPJ avesse vinto la guerra, e gli accenti più forti degli oratori sono stati messi sulla frase ormai obbli­ga­toria, che senza il cosid­detto Movi­mento di Libe­ra­zione Nazio­nale (NOB) non ci sarebbe stata una Slovenia indi­pen­dente. Come se fosse nata nel 1945 e non nel 1991. Così, l’im­port­anza dell’in­di­pen­denza fu cancel­lata, o almeno dimi­nuita quando i tenta­tivi di cancel­larla non ebbero successo. Quando i governi della sinistra di tran­si­zione erano al potere, i programmi delle cele­bra­zioni statali in occa­sione delle due maggiori feste nazio­nali slovene, il Giorno Nazio­nale e il Giorno dell’In­di­pen­denza e dell’U­nità, erano nel migliore dei casi eventi vuoti, non colle­gati allo scopo delle feste nazio­nali, e nel peggiore, pieni di aperta presa in giro della Slovenia e dei valori che ci univano in una comune impresa di indi­pen­denza riuscita.

D’altra parte, quasi nessuna setti­mana dell’anno è passata senza pompose e costose cele­bra­zioni orga­niz­zate dalla Feder­a­zione delle Asso­cia­zioni dei Combat­tenti per i Valori della Lotta di Libe­ra­zione Nazio­nale della Slovenia  (ZZB), piene di discorsi di odio e minacce verso a coloro che pensano diver­sa­mente, piene di simboli tota­li­tari, ed offesi sotto forma di insulti dei simboli uffi­ciali statali e di tras­porto ed espo­si­zione ille­gale di armi mili­tari. I parte­ci­panti a questi eventi di massa erano per lo più membri pagati dello ZZB, dato che circa 20.000 di loro ancor’oggi rice­vono ogni mese inden­nità privi­le­giate per i combat­tenti del MLN , anche se molti nati dopo il 1945. I privi­legi che in alcuni casi, come se vive­s­simo ancora in un princi­pato feudale, si tras­met­tono ai propri discen­denti. Questi bacca­nali nello stile dei comizi della più intensa campagna di Milošević un quarto di secolo fa sono stati coro­nati dal comizio della ZZB del 24 dicembre 2012 a Tisje, dove il segre­tario gene­rale dell’or­ga­niz­za­zione dei vete­rani Mitja Klavora, nato un decennio dopo la seconda guerra mondiale, ci ha nuova­mente minac­ciato con le uccisioni di massa.

Già pochi anni dopo l’in­di­pen­denza, è stato necessario resti­tuire le deco­ra­zioni onorarie e spie­gare che, per legge, il Presi­dente della Repub­blica non ha l’au­to­riz­za­zione di conferire l’Or­dine della Libertà a persone che non avevano nulla a che fare con l’in­di­pen­denza o che si erano addi­rit­tura attiva­mente opposte ad essa . Dopo dieci anni, hanno deli­be­ra­ta­mente iniziato a creare confu­sione con i simboli statali. Nel quin­di­ce­simo anni­ver­s­ario dell’in­di­pen­denza, hanno iniziato una pole­mica sulla forma­zione dell’e­ser­cito sloveno e sulla sua età, e nel vente­simo anni­ver­s­ario, l’al­lora presi­dente della Repub­blica ha addi­rit­tura tuonato contro i cosid­detti combat­tenti per l’in­di­pen­denza, dicendo che questa „meri­to­crazia“ e questo ingombro tran­si­torio dove­vano essere elimi­nati una volta per tutte. Per fortuna, la maggior­anza degli elet­tori, grazie a Dio, nell’au­tunno del 2012 l’hanno elimi­nato loro. Il tocco finale del sver­go­gna­mento dell’in­di­pen­denza e soprat­tutto dell’e­ser­cito sloveno è stato poco prima del 22° anni­ver­s­ario, con la nomina dell’ul­timo mini­stro della difesa. Gli zii dal retro hanno nomi­nato a questa carica un uomo che nel 1991, non solo indi­ret­tamente, ma attiva­mente, attra­verso le azioni poli­tiche e con il suo voto, si è opposto a tutte le misure di difesa della Slovenia contro l’ag­gres­sione dell’EPJ.

„Non sono un membro della LDS, ma condi­vido gli stessi pensieri e punti di vista di Roman Jakič“, ha dichiarato il colon­nello dell’EPJ Milan Aksen­ti­jević nell’as­sem­blea, dopo che nel momento più critico i due insieme ostaco­la­vano i prepa­ra­tivi di difesa.

La resis­tenza alla falsi­fi­ca­zione è  stata forte per tutto il tempo, e I Movi­menti ed altre opere letter­arie dei parte­ci­panti diretti ne sono stati il suo forte sostegno, ma ogni anno che passava gli attori della falsi­fi­ca­zione diventa­vano più aggres­sivi, man mano che svaniva la memoria della gene­ra­zione che l’in­di­pen­denza l’ha vissuta diret­tamente. Chiunque abbia fatto notare le mani­po­la­zioni è stato scredi­tato e ridico­liz­zato dai media. La rete dell’ex SDV (Servizio di Sicu­rezza dello Stato), con oltre dieci­mila colla­bo­ra­tori, intrecciata con l’ap­pa­rato giudi­ziario e di Polizia, isti­tu­zioni parasta­tali come la Commis­sione anti­cor­ru­zione o il Commis­sario per l’in­for­ma­zione, e agenzie inves­ti­ga­tive private, è rimasta aggres­siva­mente attiva. Il mono­polio media­tico della sinistra di tran­si­zione, che ogni anno mini­miz­zava il signi­fi­cato dell’in­di­pen­denza e glori­fi­cava le conquiste rivo­lu­zio­narie della cosid­detta guerra di libe­ra­zione nazio­nale  dal 1992, dopo una breve pausa al momento dell’in­di­pen­denza, si stava sola­mente rafforzando.

Se non fosse per la soprav­vi­venza di docu­menti e registri di più di due decenni fa, alcuni storici compe­tenti e gli sforzi dei parte­ci­panti diretti che hanno scritto le loro memorie, oggi la resis­tenza alla falsi­fi­ca­zione sarebbe prati­ca­mente impos­si­bile. D’altra parte, più o meno gli stessi attori che vole­vano impe­dire in qual­siasi modo che la drastica falsi­fi­ca­zione della storia dal 1941 in poi fosse smascherata e che tuona­vano quoti­di­a­na­mente in pubblico che non avreb­bero permesso la falsi­fi­ca­zione (leggi: non avreb­bero permesso la verità), hanno invece tras­fe­rito i loro metodi di falsi­fi­ca­zione dal regime tota­li­tario al periodo post-indi­pen­denza. Difen­dendo la falsi­fi­ca­zione del 1941–1990, hanno appli­cato lo stesso metodo al periodo succes­sivo al 1990.Si fa il lavaggio del cervello quoti­diano attra­verso i mass media e le basi di questo lavaggio si trovano in commenti, simposi, libri di testo e programmi,  come in tras­mis­sioni docu­men­tarie o quasi docu­men­tarie. L’apice di queste atti­vità è certa­mente il ritratto di Milan Kučan della propa­gan­dista Mojca Pašek Šetinc, e non lontano da questo è il docu­men­tario sull’af­fare JBTZ, in cui Ljerka Bizilj „lava“ i diri­genti dei nostri arresti del 1988. Tutto questo, natu­ralm­ente, pagato con i soldi dei contribuenti.

Sarà inter­es­sante osser­vare le reazioni di questi e altri autori negli anni a venire, quando, nono­stante tutto, le atti­vità storiche e giorna­listiche rivele­ranno comunque molti dei fatti, che si è cercato di nascon­dere con la distru­zione degli archivi nel 1989 e 1990 ed di oscurare, o almeno di offus­care con le tecniche di propa­ganda sopra elen­cate. Per esempio, l’ul­timo libro di Igor Omerza sull’af­fare JBTZ dimostra in modo inequi­vo­ca­bile che Milan Kučan e Janez Stanovnik hanno mentito sotto giura­mento davanti alla Commis­sione d’in­chiesta, quando hanno affer­mato che non sono stati a cono­s­cenza dell’ar­resto mio e di Tasić nel maggio e giugno 1988.

I Movi­menti è stato il primo libro del suo genere sull’in­di­pen­denza slovena; e le appendici

I Movi­menti è stato il primo libro di questo genere sull’in­di­pen­denza slovena. Altri segui­rono presto, descri­vendo vari più o meno ampi aspetti  di questo processo storico. L’as­petto della poli­tica estera e la lotta per il rico­no­sci­mento inter­na­zio­nale sono stati descritti dal dottor Dimi­trij Rupel, il lavoro dei servizi segreti da Andrej Lovšin, e le rela­zioni nella RSFJ dal dottor Janez Drno­všek. Dopo più di un decennio comin­ci­a­rono ad uscire le memorie di attori dalla parte opposta,  inter­es­santi letture, confrontando molti documenti.


Quando sulla TV nazio­nale l’hanno chiesto di commen­tare la scoperta della fossa comune di Huda jama con migliaia di cada­veri inse­polti, l’al­lora presi­dente della Repub­blica Danilo Türk, eletto con il sostegno dei partiti di sinistra post-comu­nisti, ha detto che questa era una ques­tione secon­daria e che non l’av­rebbe commentata.

Per esempio, nelle sue memorie, Borisav Jović, ex membro serbo della presi­denza della RSFJ, racconta come nella prima­vera del 1991 stava persua­dendo Kadi­jević sulla neces­sità del mio arresto ovvero „rimo­zione“: inter­es­santi sono anche le sue descri­zioni del gioco doppio di Kučan.

Ancora più inter­es­sante è il libro del 1988 di Raif Dizdarević, presi­dente della presi­denza della RSFJ, „Dalla morte di Tito alla morte della Jugo­s­lavia“, in cui, tra le altre cose, con docu­menti e argo­menti rivela il doppio gioco in rela­zione al processo JBTZ di Milan Kučan, Janez Stanovnik e altri poli­tici comu­nisti sloveni dell’epoca.

I libri dei gene­rali scon­fitti dell’EPJ Veljko Kadi­jević, Branko Mamula e Konrad Kolšek sono più o meno concen­trati a giusti­fi­care la scon­fitta ed a glori­fi­care il loro ruolo in essa. La loro crea­zione è stata soll­eci­tata in parti­co­lare dal lavoro del Tribu­nale dell’Aia per i crimini di guerra sul terri­torio dell’ex Jugo­s­lavia, che ha anche raccolto un certo numero di preziose testi­mo­ni­anze tra il suo mate­riale, dispo­ni­bile sul sito web del Tribunale.

Le specu­la­zioni sul commercio ille­gale di armi tra Slovenia e Croazia sono state messe a tacere con libro „Memorie di un soldato“ di Martin Špegelj, mini­stro della difesa croata durante la guerra per la Slovenia, in cui l’au­tore ha fornito una descri­zione detta­gliata  dell’aiuto mili­tare che la Slovenia durante e dopo la guerra gratui­tamente ha ceduto alla Croazia.


Dopo il suo terzo mandato come presi­dente della Repub­blica di Slovenia, Milan Kučan nel 2004 ha fondato Forum 21, che, con poche ecce­zioni, ha riunito persone che sono diven­tate estre­ma­mente ricche nell’ul­timo decennio e che ora possie­dono alcune delle più grandi aziende slovene.

Molti nuovi docu­menti che descri­vono la colla­bo­ra­zione all’i­nizio della prima­vera slovena tra la parte slovena dell’Udba (Servizio di sicu­rezza dello stato jugo­s­lavo) e i princi­pali comu­nisti per impe­dire la demo­cra­tiz­za­zione sono conte­nuti nelle raccolte di docu­menti e testi­mo­ni­anze inti­to­late „7 anni dopo“ e „8 anni dopo“ (entrambe pubbli­cate dalla casa edit­rice Karan­ta­nija), e nella pubbli­ca­zione „La deco­ra­zione simbo­lica del crimine da parte del presi­dente“ pubbli­cata dalla casa edit­rice Nova Obzorja. La stessa casa edit­rice, con la pubbli­ca­zione „L’alto tradi­mento della Slovenia – Il disarmo delle forze armate slovene nel maggio 1990“ e i docu­menti ivi pubbli­cati, ha messo finalm­ente in luce questo atto vergo­gnoso, che avrebbe quasi impe­dito l’in­di­pen­denza della Slovenia e che il dottor Jože Pučnik e Ivan Oman hanno gius­ta­mente etichet­tato come l’alto tradi­mento della Slovenia.

Varie orga­niz­za­zioni di vete­rani hanno raccolto docu­menti e testi­mo­ni­anze sui prepa­ra­tivi di difesa e sulla guerra per la Slovenia nelle province e comuni singoli. L’im­presa più estesa di questo tipo è stata realiz­zata dalla gente della Primorska di Nord con la colle­zione „A tutti loro appar­tiene la gloria“, pubbli­cata dal Museo di Goriška.

Il lavoro della Polizia slovena, allora ancora una milizia popolare, durante il periodo del MSNZ è descritto nella raccolta „La Rete blu nascosta“, e l’in­tero periodo e il lavoro del MSNZ nell’­opera di Albin Mikulič „I ribelli con la ragione“.

Aspet­ta­tive realiz­zate e non realizzate

In I Movi­menti ho anche cercato, piut­tosto immo­de­s­ta­mente, di preve­dere il futuro. Alcune delle mie previ­sioni si sono avverate, altre no. Non mi aspet­tavo che la Slovenia così rapi­da­mente raggi­un­gesse l’ade­sione all’UE e alla NATO. Ancora meno che entro 15 anni avremmo adot­tato la moneta europea. Ad essere onesti, le mie aspet­ta­tive erano più alte all’­epoca quando pensavo alla tras­for­ma­zione interna della Slovenia in una società aperta, libera e responsa­bile. Ho creduto che ci saremmo arri­vati più facilm­ente e più velo­ce­mente a questo obiet­tivo. Purtroppo non è stato così. Lo sman­tel­la­mento del vecchio sistema tota­li­tario è stato lento, ed alcuni dei mono­poli, già sman­tel­lati al tempo dell’in­di­pen­denza,  sono stati presto rista­bi­liti. Le cause profonde di questa situa­zione le ho descritte più detta­glia­ta­mente all’i­nizio di questa prefa­zione ed anche in diverse altre occa­sioni. In questa prefa­zione in alcuni punti ripeto o rias­sumo valu­t­azioni e avver­ti­menti vari che ho fatto o scritto in diverse occa­sioni. Alcuni di essi dovranno certa­mente essere ripe­tuti anche in futuro, perché, purtroppo, conti­nu­er­anno ad essere rile­vanti almeno per qualche tempo.

Nel 1993 la Slovenia è diven­tata membro del Consiglio d’Eu­ropa, e nel 1996 l’As­sem­blea parla­men­tare di questa orga­niz­za­zione ha adot­tato la famosa riso­lu­zione n. 1096 sullo sman­tel­la­mento dell’er­edità dei regimi tota­li­tari comu­nisti, in cui ha lanciato per noi avver­ti­menti drammatici:

„Ci sono molti peri­coli in caso di falli­mento del processo di tran­si­zione. Nel migliore dei casi, l’olig­ar­chia regnerà al posto della demo­crazia, la corru­zione al posto dello stato di diritto e il crimine orga­niz­zato al posto dei diritti umani. Nel peggiore dei casi, il risul­tato potrebbe essere una vellutata restau­ra­zione del regime tota­li­tario, se non il rove­scia­mento della nascente democrazia“.

Oggi, prati­ca­mente tutti concordiamo sul fatto che il processo di tran­si­zione da un regime tota­li­tario comu­nista a una società demo­cra­tica, aperta e responsa­bile in Slovenia non è rius­cito con successo. Siamo ancora nel mezzo di una specie di mare rosso, in una crisi econo­mica e sociale. Con il pretesto dell’in­ter­esse nazio­nale, è stato mantenuto un mono­polio statale, prima attra­verso gli aiuti di Stato e il bilancio, e dopo l’ade­sione all’UE, con l’aiuto di crediti poli­tici e l’as­sis­tenza della Banca di Slovenia, ha conti­nuato prosciugando i contri­buenti sloveni e mangi­ando i salari e le pensioni del paese.

Questi flussi di denaro dei contri­buenti sono stati utiliz­zati per finan­ziare cattive decisioni commer­ciali, per mante­nere il loro mono­polio rosso nei media e nel sistema giudi­ziario e, attra­verso tutti e tre, per mante­nere il potere poli­tico di maggior­anza nel paese, indi­pen­den­te­mente dal governo attuale. Questo l’hanno sempre tenuto  sotto controllo attra­verso almeno un partner di coalizione.

Sono stati isti­tuiti dei sosti­tuti delle prece­denti commis­sioni di partito. Così abbiamo ottenuto un commis­sario per l’in­for­ma­zione, e poi un ufficio per la corru­zione, e poi una commis­sione, ed oltre a questi,  l’om­budsman, l’uf­ficio per la prote­zione della concor­renza, l’agenzia per il mercato dei titoli, la Corte dei conti e la Banca di Slovenia hanno tutti, con perso­nale controllato, ripe­tutamente servito lo stesso scopo. Molte isti­tu­zioni statali o parasta­tali face­vano esat­ta­mente il contrario di quello che dovrebbe essere il loro scopo primario.

Il mono­polio rosso nei media è diven­tato così evidente che la povertà, i lavor­a­tori non pagati e persino i bambini affa­mati scom­paiono mira­co­losa­mente delle notizie princi­pali  della stampa main­stream non appena viene nomi­nato un governo di sinistra. Non solo, qualche giorno dopo un giornale di Lubiana ha cini­ca­mente scritto che la Slovenia ha il numero più alto di bambini obesi in Europa. I due princi­pali canali tele­vi­sivi hanno dedi­cato 20 volte più tempo al sospetto di un certi­fi­cato contro­verso di una ex depu­tata di SDS che al sospetto di plagio di una candi­data a primo ministro.

Gli abbond­anti privi­legi del vecchio vertice mono­par­ti­tico hanno preso nuove forme solo durante la fallita tran­si­zione. Case e appar­ta­menti donati ed espro­priati, pensioni ecce­zio­nali, pensio­na­mento a 40 anni per gli ex Udba, inden­nità per i combat­tenti comin­ci­a­rono in alcuni casi ad essere tras­messi anche ai discen­denti. Così, la conser­va­zione delle conquiste del NOB e della Rivo­lu­zione ha assunto una forma molto concreta di inter­esse: la conser­va­zione dei privi­legi. Privi­legi che, in questi tempi di crisi, gravano più che mai sul popolo e causano nuove ingiu­s­tizie alle stelle alla popola­zione maggioritaria.

I mono­poli conser­vati e rinno­vati, la distor­sione della verità sull’in­di­pen­denza slovena, la crisi sociale ed econo­mica – tutto questo a prima vista è forte­mente legato uno all’altro, ma in pratica il legame è inest­ri­ca­bile. Non è quindi sorpren­dente che l’ex presi­dente del paese abbia recen­te­mente così aper­ta­mente parlato  della neces­sità di elimi­nare una volta per tutte la „poli­tica della meri­to­crazia“. Gli attori che hanno fatto un doppio gioco durante il periodo dell’in­di­pen­denza, faci­li­tando il disarmo della TO e inve­endo contro il rico­no­sci­mento inter­na­zio­nale della Slovenia – e nel periodo post-indi­pen­denza hanno esteso i modelli di compor­ta­mento tota­li­tari nella nuova era, in parte anche contrab­band­an­doli nell’­U­nione Europea – sono ben cons­ape­voli che il maggiore ostacolo al loro dominio è proprio il sistema di valori, il centro di valori degli sloveni, che si è formato durante il periodo dell’in­di­pen­denza. Finché questo esiste, i fantasmi del passato non prevarranno.


L‘ inizi­alm­ente promet­tente processo di ricon­ci­lia­zione si è tras­for­mato nel suo opposto e si è concluso inglo­rio­sa­mente alla fine di aprile 2013, quando a Stožice, simbolo del capi­ta­lismo clien­telare, l’in­tera diri­genza statale slovena d’al­lora cantava in piedi l’In­ter­na­zio­nale comu­nista. Per non parlare della glori­fi­ca­zione dei rivo­lu­zio­nari comu­nisti e degli assas­sini come Che Guevara.


69b


La sinistra tran­si­toria, che a causa dei suoi privi­legi e del peso dei suoi padri ideo­lo­gici e spesso fisici con sangue fraterno e proprietà rubate, non è in grado di uscire da questi perni­ciosi confini, può mante­nere la sua base ideo­lo­gica solo per mezzo di una vasta macchina di propa­ganda, che richiede enormi sforzi ed enormi risorse finan­ziarie. Ancor’oggi, essa controlla la maggior parte dei media sloveni.

La lezione per il futuro rimane la stessa

La Costi­tu­zione slovena contiene il testo del giura­mento, che tutti gli alti funzio­nari dello Stato fanno dopo la loro elezione. Facendo il giura­mento, si impegnano a „rispet­tare la Costi­tu­zione, agire secondo la loro cosci­enza e lottare con tutte le loro forze per il benes­sere della Slovenia“. Il test per veri­fi­care se un atto, un compor­ta­mento o un programma di un indi­viduo, di un gruppo, di un partito poli­tico o di un’op­po­si­zione poli­tica è vera­mente in linea con il giura­mento costi­tu­zio­nale è semplice.

Quando un indi­viduo, un gruppo, un partito o un’op­zione poli­tica mette in risalto ed enfa­tizza i valori, gli eventi e le conquiste dell’in­di­pen­denza slovena, che ci ha messo sulla mappa del mondo e attorno ai quali gli Sloveni si sono uniti ed unifi­cati per di più nella nostra storia, allora agisce in confor­mità al testo e allo spirito del Giura­mento costituzionale.

Tuttavia, quando un indi­viduo, un gruppo, un partito o un’op­zione poli­tica porta alla ribalta eventi e tempi che ci hanno diviso e distrutto come nazione, allora sta agendo contro il testo e lo spirito del giura­mento costi­tu­zio­nale. E non c’è mai stato un momento più distrut­tivo per la nazione slovena della rivo­lu­zione comu­nista fratricida.

Questo fatto ovvio è una verità storica inde­le­bile. La sinistra tran­si­toria, che a causa dei suoi privi­legi e del peso dei suoi padri ideo­lo­gici e spesso fisici con sangue fraterno sulle mani e proprietà rubate, non è in alcun modo in grado di uscire da questi perni­ciosi confini, può solo mante­nere la sua base ideo­lo­gica per mezzo di una vasta macchina di propa­ganda, che richiede enormi sforzi ed enormi risorse finan­ziarie. Poiché questo tipo di ideo­logia è inca­pace di creare le condi­zioni per la crea­zione di nuovo valore, ha urgente bisogno del potere, del controllo dei bilanci, delle banche statali, delle imprese mono­po­listiche statali, del credito estero e, attra­verso tutti questi stru­menti, in fine dei fondi dei contribuenti.

Gestire lo stato in contrad­di­zione con il centro di valori della nazione e dello stato sloveno, o mante­nere l’af­fer­ma­zione altri­menti logi­ca­mente contrad­dit­toria di Kučan che esis­tono diverse verità, il che in pratica signi­fica che quella procla­mata attra­verso alto­par­lanti più grandi e potenti voci dovrebbe natu­ralm­ente preva­lere, al giovane stato sloveno è costato finora centi­naia di oppor­tu­nità di sviluppo perse, decine di migliaia di posti di lavoro e oppor­tu­nità spre­cate agli indi­vidui di avere successo nella vita. Ha appe­san­tito il presente e molte gene­ra­zioni a venire con un debito estero che, in questo momento, supera nomi­nalm­ente l’in­tero debito dell’ex RSFJ.

Gli alto­par­lanti, tuttavia, conti­nuano a suonare la melodia devas­tante, anche se i soldi stanno finalm­ente finendo e anche se è giunto il momento defi­ni­tivo di riportare il governo del paese ai valori che lo hanno creato.

Ogni volta che nella storia si veri­fica un tale momento di estre­mità, avven­gono i cambia­menti. I movimenti.


Primo mini­stro della Repub­blica di Slovenia Janez Janša

Janez Janša: „La Slovenia è la mia patria“

Mess­aggio del Primo Mini­stro della Repub­blica di Slovenia Janez Janša in occa­sione della Festa Nazio­nale, 25 giugno 2020

Nella storia di ogni nazione c’è un momento ben defi­nito che permette a una nazione di diven­tare sovrana, padrona della propria terra. Tale momento riflette l’att­eg­gia­mento posi­tivo della maggior parte dei citta­dini o membri della nazione. Tale momento rappre­senta il centro dei valori della nazione. Per noi, Sloveni e citta­dini della Repub­blica di Slovenia, questo è il momento dell’indipendenza.

Ques­t’anno ricor­rono tren­t’anni dall’in­contro della coali­zione Demos del 9 e 10 novembre 1990 a Poljče. In quella riunione è stata presa la storica decisione di indire un refe­rendum per una Slovenia indi­pen­dente. La decisione di Demos in Poljče è stata corretta, decisiva e deter­mi­nante. Ma questa decisione non era ovvia. Ci voleva coraggio. È stata presa in un momento in cui un’altra poli­tica avrebbe nicchiato e calco­lato e spre­cato ancora una volta l’op­por­tu­nità storica della nazione slovena. E la domanda è quando, se mai, si ripre­sen­ter­ebbe una tale oppor­tu­nità. Quindi il mio sincero ringra­zia­mento va a tutti coloro che, in quel giorno di novembre, hanno messo da parte tutti i loro dubbi e paure ed hanno deciso ciò che era giusto e più necessario in quel momento. Questa decisione è stata poi seguita da un accordo poli­tico unifi­ca­tore nel plebi­s­cito per una Slovenia indipendente.

Il giorno del plebi­s­cito, il 23 dicembre 1990,  nella storia della nazione sarà sempre ricordato come un giorno speciale. Con un’aff­lu­enza alle urne del 93,2%, il 95% di noi ha votato per una Slovenia indi­pen­dente e sovrana. La nazione ha compreso l’uni­cità di quel momento storico ed ha dimostrato così la sua matu­rità, la sua saggezza e la sua dispo­ni­bi­lità a diven­tare una nazione libera e sovrana. È stata l’unica volta nella storia in cui ha vera­mente scritto da solo il proprio destino.

Mezzo anno dopo, il 25 giugno 1991, dopo accesi dibat­titi e vota­zioni sulle leggi sull’in­di­pen­denza, le più import­anti delle quali furono adot­tate con pochi voti della minuta maggior­anza Demos, il Parla­mento sloveno, con la necessaria maggior­anza dei due terzi, ha adot­tato la legge costi­tu­zio­nale per l’at­tua­zione della Carta costi­tu­zio­nale fonda­men­tale sull’in­di­pen­denza e la sovra­nità della Slovenia, con la quale la Slovenia assu­meva i poteri della ex feder­a­zione sul suo terri­torio. La Slovenia è diven­tata uno stato indi­pen­dente e sovrano. Non si poteva tornare indietro, e la strada verso una nuova vita è stata subito bloc­cata dall’­ag­gres­sione dell’EPJ.

Perciò abbiamo dovuto immedia­ta­mente difen­dere la libertà della nostra nazione, pren­dendo le armi. Erano le setti­mane, i giorni e le ore di giugno e luglio 1991, quando tutto era in gioco. Il futuro indi­pen­dente ed europeo degli Sloveni, l’or­dine demo­cra­tico, la nostra reli­gione e i nostri leggi, la nostra prospe­rità e le nostre vite. Erano i giorni in cui – una nazione disar­mata nel maggio 1990 – si è alzata ancora una volta per i suoi diritti, ha dichiarato una Slovenia indi­pen­dente ed ha vigo­ro­sa­mente resis­tito all’­ag­gres­sione dell’EPJ.

In quei giorni, una piccola percen­tuale dei Sloveni che, con l’ap­poggio massiccio della nazione, ha imbrac­ciato ogni arma dispo­ni­bile e, insieme alla prote­zione civile, si è opposta al quinto eser­cito tecni­ca­mente più potente d’Eu­ropa, ha raggi­unto l’im­pos­si­bile con il suo coraggio ed ha scritto l’atto finale della tran­si­zione della nazione slovena in un stato sovrano. Il coraggio degli Sloveni in quel periodo era ammi­rato da tutto il mondo. I rappre­sen­tanti dei paesi più potenti del mondo, che solo pochi giorni prima della guerra affer­ma­vano che non ci avreb­bero mai rico­no­sciuto, hanno cambiato la loro posi­zione grazie al nostro coraggio. Nono­stante la contra­rietà all’in­di­pen­denza vera e propria da una parte della poli­tica di sinistra, la nazione era unita. Unita come non mai e molto coraggiosa.

L’unità della nazione, il coraggio delle sue forze armate, la forte volontà poli­tica della coali­zione di governo Demos guidata dal dottor Jože Pučnik e l’au­to­i­ni­zia­tiva di molti coman­danti singoli delle unità tattiche della DT e della Polizia hanno forgiato la vittoria nella guerra per la Slovenia. Una vittoria elevata nella sua fina­lità all’Ol­impo sloveno, una vittoria più importante di tutte le batta­glie che i nostri ante­nati, spesso purtroppo a spese altrui, hanno combat­tuto nei vortici della storia ingrata dei secoli passati.

Ogni giorno la guerra per la Slovenia nella nazione slovena ha rive­lato migliaia di eroi. Ragazzi e uomini che hanno superato la paura per amore del paese proprio. Hanno preso le armi per difen­dere la loro casa, la loro fede e i loro leggi. Per difen­dere Slovenia. Ed hanno fatto un ottimo lavoro.

Per paraf­rasare la famosa frase di Winston Chur­chill dopo la batta­glia aerea per l’Ing­hil­terra, mai nella storia della nazione slovena così tante persone hanno dovuto così tanta grati­tu­dine ad una manciata di loro connazionali.

Dopo la vittoria, sono tornati alle loro case. Lo stato può essersi spesso dimen­ti­cato di loro, ma la loro patria non lo farà mai. Perchè quello è stato un tempo sacro, il Cantico dei cantici della nazione slovena. Ci siamo solle­vati e, grazie al loro coraggio, abbiamo trionfato.

Purtroppo, anche in questa guerra ci sono state delle vittime. Siamo grati a tutti coloro che hanno dato la cosa più preziosa – la loro vita – per realiz­zare il sogno della nazione. Con la nostra piena grati­tu­dine conser­viamo il loro ricordo.

Quando guar­diamo indietro al viaggio che abbiamo tras­corso, a tutto quello che  come nazione abbiamo raggi­unto in tutti questi anni, che è un tempo davvero breve per un paese, possiamo essere orgo­gliosi. Abbiamo ottenuto molto, ma abbiamo anche perso molte oppor­tu­nità. Anche perché abbiamo permesso a vecchi rancori, odio, distanza cinica e divi­sioni di ripren­dere le loro forze. Perché ciò che c’è di buono in ogni essere umano è rimasto in silenzio quando il male ha ripreso la sua marcia fermando l’en­tu­si­asmo creativo.

Tuttavia, le prove con cui la vita ci mette alla prova, ci insegnano di volta in volta che in realtà siamo forti quando siamo connessi e uniti. Che solo nell’u­nità possiamo avanzare come nazione e società, super­ando anche le avver­sità più dure. La nostra ultima espe­ri­enza nella lotta contro il nuovo coro­na­virus lo ha confer­mato. Nono­stante la poli­tica divisa, come durante il nostro percorso verso l’in­di­pen­denza, noi, con la nazione unita che ha capito che la nostra salute è inso­sti­tui­bile, indi­vi­si­bile e ugualm­ente preziosa a tutti, siamo stati in grado di vincere la prima batta­glia contro il virus. Credo che insieme, agendo in modo responsa­bile, possiamo superare qual­siasi ulte­riore scoppio di infe­zioni. Inoltre, vorrei espri­mere le mie sincere condo­gli­anze ed empatia agli amici e alle fami­glie di tutti coloro che sono dece­duti a causa del nuovo coronavirus.

Mentre in occa­sione del comple­anno della nostra patria sto riflet­tendo sul viaggio che abbiamo percorso,  vorrei che più spesso ci ricord­as­simo quale grande onore e privi­legio sia il fatto che proprio noi potevamo con la nostra decisione realiz­zare i sogni, i sacri­fici, gli sforzi, il lavoro e le preghiere per un paese indi­pen­dente di nume­rose gene­ra­zioni di Sloveni e Slovene prima di noi.

Vorrei che lo stato indi­pen­dente compren­deste come un grande dono e oppor­tu­nità per tutti, e che lo pren­deste più seria­mente come vostro, che ve ne pren­deste cura di esso e faceste del vostro meglio per esso. Proprio come ci preoc­cu­p­iamo e proviamo per qual­cuno che lo portiamo nel nostro cuore.

Vorrei che, poiché la nostra decisione comune nel plebi­s­cito si è realiz­zata in un paese indi­pen­dente e sovrano, non dices­simo mai più che non si può fare nulla. Che nulla può essere cambiato. Il potere di una nazione unita è un potere inar­re­sta­bile. Se è unito per una nobile causa, sarà aiutato nel cammino verso la sua realiz­za­zione da tutto l’Universo.

Proprio per questo magni­fico sviluppo alla fine del 1990 e nella prima metà del 1991, che non ha pari nella nostra storia fino ad ora, vorrei che non ci arren­de­remo mai. Che avremmo saputo conser­vare il nostro legame con quel tempo che, in quel­l’­epoca epocale con la sua inten­sità ha superato tutti gli ostacoli, ha portato alla nascita del nostro paese sovrano e indi­pen­dente. Questo è il centro dei valori della nazione slovena in cui si sono riunite le forze crea­tive, spiri­tuali e mate­riali della nazione fin dai sui inizi.

Vorrei che da questo centro di valori traes­simo le nostre forze e crea­ti­vità per sempre. Che in esso possiamo trovare riparo nelle tempeste e riposo dopo le prove. Rima­nendo un tutt’uno con esso e tra di noi.

Vorrei che nella nostra festa più solenne, le bandiere slovene sven­to­las­sero orgo­glio­sa­mente da ogni casa in omaggio alla nostra amata patria. Che nei prossimi giorni d’estate potremmo scoprire le sue bellezze finora nascoste e rendersi conto di quanto sia incan­te­vole. Nata al suono delle campane, donata da Dio. Creata per noi. Buon comple­anno, Slovenia!

Le mie più sincere congra­tu­la­zioni per la gior­nata nazionale.


Nella Dome­nica delle Palme, 8 aprile 1990, in Slovenia si sono svolte le prime elezioni demo­cra­tiche dopo la seconda guerra mondiale. Il secondo turno delle elezioni si è tenuto il 22 aprile 1990 (nella foto: il presi­dente di Demos Jože Pučnik al seggio elettorale).

Il primo governo sloveno demo­cra­ti­ca­mente eletto dopo la seconda guerra mondiale è stato confer­mato dall’As­sem­blea slovena il 16 maggio 1990. L’obi­et­tivo princi­pale del governo Demos era l’in­di­pen­denza della Repub­blica di Slovenia.


La decisione di tenere un plebi­s­cito sull’in­di­pen­denza e la sovra­nità della Repub­blica di Slovenia è stata presa nella riunione dei depu­tati di Demos a Poljče il 9 novembre 1990, sotto la guida del dottor Jože Pučnik. La data del plebi­s­cito è stata fissata per il 23 dicembre 1990.


Il giorno del plebi­s­cito del 23 dicembre 1990, 1.289.369 ovvero l’88,5% dei votanti aventi diritto al voto hanno cerchiato la parola SÌ sulla scheda elet­to­rale, il che signi­fica che erano a favore di una Repub­blica indi­pen­dente di Slovenia (nella foto il presi­dente del governo indi­pen­dente Demos, Lojze Peterle).

Il 25 giugno 1991, l’As­sem­blea della Repub­blica di Slovenia, in una sessione solenne, ha adot­tato i docu­menti di indi­pen­denza, sulla base dei quali le auto­rità repubbliche slovene hanno iniziato ad assu­mere le funzioni dell’ex Repub­blica Socia­lista Fede­ra­tiva di Jugoslavia.

La solenne dichiara­zione di indi­pen­denza della Repub­blica di Slovenia ha avuto luogo il 25 giugno 1991 in Piazza della Repub­blica. La Slovenia è diven­tata uno stato indi­pen­dente e sovrano. Non si poteva tornare indietro, ma il cammino verso una nuova vita è stato subito bloc­cato dall’­ag­gres­sione dell’EPJ.


L’ag­gres­sione contro Slovenia è stata lanciata dalle unità e i comandi dell’EPJ il 26–27 giugno 1991 (nella foto le truppe dell’EPJ che pene­trano nel valico di fron­tiera con l’Italia il 27 giugno 1991), ma hanno subito incont­rato una forte resis­tenza delle forze armate slovene, che difen­de­vano la loro patria attac­cata – la Repub­blica di Slovenia.


Ogni giorno la guerra per la Slovenia nella nazione slovena ha rive­lato migliaia di eroi. Ragazzi e uomini che hanno superato la paura per amore del loro paese. Hanno preso le armi per difen­dere la loro casa, la loro fede e le loro leggi. La Slovenia. Hanno fatto un ottimo lavoro (nella foto, un membro della Difesa Terri­to­riale della Repub­blica di Slovenia su un carro armato  sequestrato dall’EPJ).

Mi piace­rebbe vedere le bandiere slovene sven­to­lare orgo­glio­sa­mente da tutte le case in omaggio alla nostra cara patria in occa­sione della nostra festa più grande. Che nei prossimi giorni d’estate potremmo scoprire la sua bellezza finora nascosta e rendersi conto quanto sia incan­te­vole. Nata al suono delle campane, rega­lata da Dio. Creata per noi. Buon comple­anno, Slovenia!

Fonte: gov.si


ABBREVIAZIONI:

CK ZKS Centralni komite Zveze komu­nistov Slovenije Il Comi­tato centrale dell’­U­nione dei comu­nisti di Slovenia
DEMOS Demo­kra­tična opozi­cija Slovenije L’Opposizione demo­cra­tica di Slovenia
DZ-RS Državni zbor L’Assemblea nazio­nale
JBTZ afera JBTZ (proces proti četve­rici: Janša, Borštner, Tasić, Zavrl) L’Affare JBTZ (processo contri i quattro: Janša, Borštner, Tasić, Zavrl)
JNA = JLA Jugo­slo­venska narodna armija (serb.-croat.) = Jugo­slo­vanska ljudska armada (slov.) L’Eser­cito popolare jugo­s­lavo (EPJ)
KPJ Komu­nis­tična partija Jugoslavije Il partito comu­nista di Jugoslavia
LDS Libe­ralna demo­kra­cija Slovenije La Demo­crazia libe­rale di Slovenia
LS Libe­ralna stranka Il partito liberale
MSNZ Mane­vrska struk­tura nacio­nalne zaščite La strut­tura di manovra della prote­zione nazionale
NOB Narodno oslo­bo­di­lačka borba La Lotta di Libe­ra­zione Nazionale
RŠTO Repu­bliški štab za teri­to­ri­alno obrambo Il Comando repub­blico della Difesa Territoriale
SD Socialni demo­krati I Demo­cra­tici sociali
SDV = SDB Služba državne varnosti (slov.) = Služba državne bezbednosti (serb.-croat.) Il Servizio della sicu­rezza di stato
SFRJ Socia­lis­tična fede­ra­tivna repu­blika Jugoslavija La Repub­blica socia­lista fede­ra­tiva di Jugo­s­lavia (RSFJ)
TO Teri­to­ri­alna obramba La Difesa Territoriale
RS Repu­blika Slovenija La Repub­blica di Slovenia
UDBA Uprava državne varnosti (slov.) = Uprava državne bezbednosti (serb-croat.) La Dire­zione della Sicu­rezza di stato
VIS Varnostno-infor­ma­tivna služba Il Servizio della sicu­rezza ed informazione
ZKS Zveza komu­nistov Slovenije La Lega dei comu­nisti di Slovenia
ZKS-SDP La Lega dei comu­nisti di Slovenia – Il partito socialdemocratico
ZZB Slove­nije Zveza združenj borcev za vred­note NOB Slovenije L’Associazione delle Asso­cia­zioni dei Combat­tenti per i Valori della Lotta di Libe­ra­zione Nazio­nale della Slovenia
( ) „Izbri­sani“ „I Cancel­lati“
( ) tran­zi­c­ijska levica La sinistra transitoria

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